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Il paradosso dell'Illuminismo moderno

Immagine del redattore: Roberto Mucciarini
Roberto Mucciarini
3 set
Tempo di lettura: 3 min

C'è un paradosso che attraversa il nostro tempo, e di cui si parla troppo poco. Il movimento che più di ogni altro ha promesso di liberare l'essere umano rischia oggi di fornire le fondamenta culturali a un sistema che lo controlla.


L'Illuminismo, nel Settecento, fu una ribellione contro il potere assoluto delle monarchie, il monopolio culturale delle istituzioni religiose, contro l'impossibilità, per l'individuo, di pensare con la propria testa. La parola d'ordine era una sola: emancipazione. L'uomo doveva tornare al centro della storia, diventare soggetto della conoscenza e non più oggetto passivo di autorità superiori. La ragione, allora, non era venerata come una macchina fredda né come un apparato tecnico, ma era vista come uno strumento di libertà.


Tre secoli dopo, qualcosa si è rotto. Una parte importante dell'eredità illuminista ha spostato il proprio baricentro, e dall'obiettivo originario — liberare l'individuo — è stato sostituito da un altro: fungere da strumento culturale della costruzione di sistemi sempre più efficienti per organizzare la realtà. Sistemi che, attraverso la tecnologia, si stanno lentamente ma inesorabilmente trasformando in nuove forme di controllo. Persino la scienza, nata come grimaldello dell'emancipazione, si è progressivamente trasformata nel principale dispositivo di legittimazione culturale dell'Occidente. Per paradosso, oggi è proprio la ricerca scientifica, sempre più specialistica, a rivolgersi all'individuo più di quanto non faccia gran parte della tecnologia. L'Illuminismo contemporaneo non riesce più a distinguere ciò che è pensato per l'individuo da ciò che viene messo in campo per inglobarlo: una tecnica che, in larga parte, è diventata un modello generale di interpretazione del mondo, dell'uomo e della sua finalità.


È qui che il processo si fa delicato. Quando una civiltà comincia a considerare misurabile, ottimizzabile e gestibile ogni aspetto dell'esistenza umana — e fissa come obiettivi prioritari i risultati del mercato e delle strutture sociali, anziché gli interessi della persona — il rischio è che anche la coscienza, il pensiero critico, il desiderio, la libertà interiore e perfino la percezione della realtà vengano lentamente inghiottiti dentro sistemi. Se questo viene messo in campo attraverso strumenti sempre più potenti e diffusi, l’emancipazione dell’individuo si ferma e la minorità ritorna più forte di quanto avveniva prima dell’Illiminismo.


Infatti, gli algoritmi non si limitano più a mostrarci contenuti: orientano l'attenzione, modulano le emozioni, ridisegnano le relazioni sociali e le visioni del mondo. Le piattaforme digitali non organizzano soltanto informazioni: plasmano comportamenti collettivi. La tecnica ha smesso di essere un mezzo neutrale nelle mani dell'uomo trasformandosi in un ambiente mentale permanente dentro il quale l'uomo vive, pensa e interpreta la realtà.


Il processo è diventato evidente, eppure gli illuministi di oggi faticano a denunciarlo. Guardano alla scienza come al riferimento ultimo della modernità, ma si muovono troppo poco nella direzione originaria della propria cultura. Così la cultura si trasforma, e le differenze passano in secondo piano. È un tradimento, e l’Illumanesimo intende denunciarlo ad alta voce.


L'Illumanesimo, infatti, non è l'Illuminismo delle origini. Contiene in sé anche aspetti umanisti che l'Illuminismo non riconosce. Ma proprio riunendo gli elementi originari dei due grandi movimenti culturali, intende riportare anche l'Illuminismo al suo compito: riproporre l'uomo come soggetto primario, e non più comprimario, di una modernità che ha smesso di essere illuminista.


Bisogna farlo prima che l'Illuminismo moderno diventi davvero inquietante. Prima che ciò che era nato per difendere la libertà dell'individuo si trasformi in legittimazione culturale di sistemi orientati alla standardizzazione cognitiva, serve evitare che ciò avvenga attraverso la censura esplicita dei totalitarismi del Novecento, ma attraverso qualcosa di molto più sofisticato: la normalizzazione culturale. Una normalità costruita per gradi, attraverso il consenso tecnologico, la dipendenza informativa, l'automatizzazione delle abitudini mentali, e la convinzione che ciò che è tecnicamente possibile debba necessariamente diventare socialmente accettabile.


Oggi questo è il vero nodo. L'uomo rischia di perdere la capacità di immaginare alternative. Non perché qualcuno glielo vieti apertamente, ma perché l'orizzonte culturale disponibile si restringe, finché non coincide con ciò che il sistema tecnico considera razionale, efficiente, compatibile. E una realtà che non riesce più a essere culturalmente rifiutata finisce, inevitabilmente, per apparire naturale.

Il problema, allora, non è la scienza in sé. Né il progresso tecnico, che restano conquiste straordinarie dell'umanità. Il problema nasce nel momento esatto in cui la tecnica smette di essere al servizio dell'uomo, l'uomo comincia a ridefinire se stesso in funzione della tecnica, e il riferimento culturale che dovrebbe fungere da argine ne viene a sua volta inglobato. A quel punto il rischio non è più soltanto politico, né soltanto sociale. Diventa antropologico. Riguarda che cosa rischiamo di diventare, mentre lo costruiamo.

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