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L'uomo di Schopenhauer

  • Immagine del redattore: Roberto Mucciarini
    Roberto Mucciarini
  • 20 lug
  • Tempo di lettura: 5 min

Questa riflessione parte da una rilettura di Arthur Schopenhauer e dalla sua valutazione sulla natura umana. Una concezione dura, radicale, quasi spietata, quando afferma che l’uomo è, in fondo, “un animale feroce e mostruoso”, ammansito soltanto dalla civiltà. Una definizione che gli fa portare alla luce una delle grandi paure della filosofia morale e politica: sotto la superficie delle leggi, delle abitudini, dell’educazione e delle convenzioni sociali si nasconde una violenza originaria, pronta a riemergere appena vengono meno i vincoli che la trattengono.


Questa è sicuramente una tesi forte, quasi estrema, ma non può essere liquidata con superficialità. La storia umana, purtroppo, offre molti esempi a suo favore. Guerre, sopraffazioni, persecuzioni, violenze collettive, crudeltà private e pubbliche sembrano confermare che, quando la struttura delle leggi si indebolisce, l’essere umano può precipitare in forme di brutalità impressionanti. Persino la struttura moderna della concezione di stato dei diritti sembra confermare quella tesi: il diritto come elemento riconosciuto socialmente dimostra di lasciare sempre più spazio alla sopraffazione. Da qui nasce anche l’idea che l’anarchia non sia la massima espressione della libertà, ma il suo rovesciamento: non libertà per tutti, ma libertà incontrollata del più forte, del più aggressivo, del più organizzato nel dominio. La libertà diventata diritto, senza gli adeguati contro pesi, si trasforma in arbitrio e abuso legalizzato da quel principio.

L’Illumanesimo non nega questo rischio. Al contrario, lo considera uno dei problemi centrali dell’esistenza sociale. Tuttavia, ne propone una lettura diversa. Il punto non è chiedersi soltanto che cosa diventi l’uomo quando viene lasciato a sé stesso, ma perché. Serve domandarsi perché l’uomo, liberato da gabbie etiche, morali, legislative di convivenza non sappia autogestirsi.


La differenza tra l’analisi di Schopenhauer guarda l’uomo nel momento della caduta dei vincoli. L’Illumanesimo guarda anche ciò che precede quella caduta.

L’uomo illumansita è una composizione complessa, dove la parte materiale non si regola in forma libera, ma si muove in base a necessità obbligate di sopravvivenza. Se a questa si aggiunge una parte culturale dominante che trasforma quella condizione in diritto, e lo ammanta di altri diritti di sopraffazione, di false necessità e articolazioni di convivenza finalizzate alla supremazia del più forte, la miscela diventa esplosiva.

La prima parte segue così una formazione in quella direzione, e diventa sempre più evidente la mancanza di una formazione che educa realmente alla libertà responsabile. E anche questa richiede una formazione in grado di mettere gli individui nella condizione di diventarlo.


L’uomo è necessità di sopravvivenza, ma non nasce automaticamente capace di difendere sé stesso, i propri cari, la propria dignità e la propria interiorità. La parte che prova a farlo in modo “naturale” è violenta, perché ogni animale non nasce già in grado di resistere alla spinta materiale che lo compone. Inoltre, è anche debole rispetto alla manipolazione, alla paura, al potere economico, alla pressione sociale, alla violenza morale, alla sopraffazione psicologica, ai soprusi quotidiani e alle forme organizzate del dominio. Nonostante questo, viene lasciato a se stesso. La società moderna, pur conoscendo benissimo queste debolezze e la potenza delle proprie strutture, sfrutta entrambe e pretende anche che il singolo sappia difendersi da solo.


E’ qui si apre la critica illumanista. L’uomo viene collocato dentro sistemi enormemente più forti di lui: istituzioni, mercati, ideologie, apparati comunicativi, modelli educativi insufficienti, pressioni familiari, sociali, lavorative e culturali. Gli viene chiesto di essere libero, ma non gli si insegna a gestire la libertà. Gli viene chiesto di essere responsabile, ma non gli si dà una formazione profonda alla responsabilità. Gli viene chiesto di rispettare gli altri, ma lo si lascia crescere in ambienti che spesso premiano l’aggressività, la competizione cieca, la furbizia, la capacità di imporsi.


Poi, quando l’uomo fallisce, lo si accusa di essere naturalmente feroce.


L’Illumanesimo ritiene questa conclusione parziale. Non perché l’uomo sia sempre buono o naturalmente innocente, perché la sua parte animale è sempre li in agguato, ma perché quella parte della manifestazione non può essere assunta come prova definitiva della sua essenza più profonda. Un uomo costretto a vivere in difesa permanente può diventare duro, sospettoso, aggressivo. Ma stiamo parlando della parte animale e di quella culturalizzata da un sistema che esso stesso a costruito. Un sistema che mette un uomo continuamente esposto alla sopraffazione può aspettarsi solo che impari facilmente a sopraffare. Un uomo educato in una società che esalta il successo, il possesso, l’immagine e la forza, nonostante sia anche il migliore del mondo può finire per credere che l’unico modo per sopravvivere sia diventare più forte degli altri, anche a costo di ferirli.


L’uomo illumanista, invece, parte da una concezione che sarebbe migliore se non fosse continuamente costretto a diventare peggiore di ciò che realmente è nel proprio intimo.

Non si tratta di assolvere l’uomo dalle sue responsabilità, ma non assolve nemmeno la società dalle proprie. Una società che non educa alla capacità di esprimere anche una coscienza critica e una forza oppositiva sufficientemente addestrata non può lamentarsi quando l’individuo diventa manipolabile, non reattivo, oppure lascia spazio e comportamenti conformisti o violenti.


Non si tratta di giustificare la violenza, e le leggi sono necessarie. Ma nessuna legge senza la capacità dei singoli di riconoscerne il senso del vivere dentro una comunità di altri individui con gli stessi diritti garantirà mai la libertà dei più deboli. Anche quando contengono il danno non ne prevengono la causa. Impongono un limite esterno, ma non costruiscono una coscienza interiore forte al punto da sapersi difendere e saper esprimere anche le parti positive di sé.


Una civiltà matura non dovrebbe limitarsi a domare l’uomo, come se l’uomo fosse soltanto la bestia di Scoperchiatura da contenere. In questo senso proprio Scopenhauer è stato seguito troppo alla lettera. Una società che si dichiara civile non dovrebbe svolgere il ruolo di accusatrice, ma dovrebbe aiutare il singolo a riconoscersi prima di tutto nella propria interiorità, aiutarlo a comprendere le proprie paure, a governare le proprie reazioni, a distinguere la difesa legittima dall’aggressione, la libertà dalla prepotenza, la forza dalla sopraffazione.


In questo senso, il problema non è soltanto politico o giuridico, ma formativo ed esistenziale. La vera alternativa alla violenza non è la semplice repressione della violenza, tanto di moda nell’era moderna, ma la costruzione di una nuova concezione dell’individuo. Riconoscimento del valore del proprio intimo più vero, dove ogni individuo è migliore di come viene costruito socialmente, ed è capace di non aver bisogno della violenza come prima risposta al mondo.


L’Illumanesimo propone quindi di spostare il centro della domanda. Non solo: Che cosa fa l’uomo quando cadono le leggi?. Ma anche: Che cosa possiamo fare perché l’uomo, quando le leggi si dimostrano insufficienti, riesca a esprimere ciò che da dentro lo spinge alla libertà, senza che questa esploda in violenza e sopraffazione, e ogni individuo diventi in grado di riconoscere i proprio e gli altrui limiti e diritti?


Se la risposta resta: poco o nulla. Allora non possiamo stupirci del risultato. Ma questa è una resa che non tiene conto della vera natura umana. Una componente animale, schopenariana, ma anche una in grado di elevarsi da questa, e esprimerne espressioni di libertà, etica, morale, rispetto reciproco.


In chiave illumanista, la questione non si risolve però scegliendo tra pessimismo antropologico e fiducia ingenua nell’uomo. L’uomo può certamente cadere nella violenza. Può diventare crudele, opportunista, predatorio. Specialmente se due forze, quella naturale e quella culturale, si coagulano in questa direzione, Ma può anche elevarsi, riconoscersi, trasformarsi, sviluppare coscienza, responsabilità, giustizia, empatia e senso del limite. La differenza non dipende soltanto dalla sua natura, ma dal riconoscimento di ciò che è realmente, dal modo in cui viene formato, orientato e messo nella condizione di riconoscere la propria parte migliore.

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