La democrazia può diventare umanista
- Roberto Mucciarini

- 31 lug
- Tempo di lettura: 4 min
Vorrei parlare di democrazia, e lo spunto per farlo mi è fornito da un post: - Andrea Di Bari - Dalle interferenze russe nelle elezioni europee... | Facebook - pubblicato dall’amico Andrea Di Bari, che riprende una riflessione di Fabio Tonacci sulla crisi contemporanea dei sistemi democratici, sull’avanzata delle autocrazie e sulle difficoltà che attraversano oggi anche molte democrazie occidentali.
Il dato dal quale prende avvio la riflessione è particolarmente significativo: secondo le rilevazioni richiamate nell’articolo, il 74% della popolazione mondiale vivrebbe oggi all’interno di sistemi non classificabili come pienamente democratici.
È un dato politico. Ma, guardato da una prospettiva illumanista, diventa soprattutto un dato sull’uomo.
Parlare di democrazia significa normalmente discutere di istituzioni, costituzioni, sistemi elettorali, separazione dei poteri, libertà civili e forme di governo. L’Illumanesimo propone invece di partire dall’individuo prima ancora che dal cittadino, all’uomo come individuo che vive, cambia e fa esperienza, prima dell’uomo come componente di un sistema politico.
La democrazia è, o dovrebbe essere, il sistema politico più adatto a una realtà umana che cambia continuamente. Gli individui cambiano indipendentemente dai sistemi nei quali vivono. Cambiano i loro bisogni, le sensibilità, le aspirazioni, le necessità individuali e culturali, e assieme a queste le esperienze che ciascuno sente il bisogno di compiere per costruire la propria vita.
Fra i sistemi politici che conosciamo, la democrazia possiede almeno potenzialmente questa caratteristica: possiede gli strumenti per modificarsi in rapporto alle necessità degli individui che la compongono. La democrazia, quindi, non è soltanto un sistema per scegliere chi governa. È, almeno potenzialmente, il sistema politico più flessibile rispetto al cambiamento.
Se prendiamo sul serio questa prospettiva, il fatto che gran parte della popolazione mondiale viva fuori da sistemi pienamente democratici assume un significato ulteriore. Il problema non è soltanto l’avanzata delle autocrazie, ma l’avanzata dell’immobilità.
Le autocrazie tendono a limitare il cambiamento quando questo mette in discussione la struttura del potere. Lo fanno attraverso il controllo politico, la repressione del dissenso, la riduzione del pluralismo, il condizionamento dell’informazione o l’identificazione del sistema con un’ideologia, una leadership o un interesse dominante.
Ma proprio questa rigidità può, nel medio e lungo periodo, rendere più evidente la distanza tra ciò che gli individui diventano e ciò che il sistema consente loro di essere. La coercizione rende visibile il limite e riconoscibile l’autorità che lo impone. Da questa consapevolezza può nascere una richiesta di cambiamento, talvolta anche attraverso atti di ribellione di singoli individui capaci di diventare esempio e stimolo per altri.
Più complesso è il caso delle democrazie che conservano le forme democratiche ma perdono progressivamente la capacità di trasformarsi.
Una democrazia può continuare a votare, alternare partiti, discutere pubblicamente e promettere trasformazioni, mentre le proprie strutture profonde operano soprattutto per conservarsi. In questo caso il sistema non elimina la speranza del cambiamento ma la alimenta, e proprio attraverso quella speranza può, paradossalmente, neutralizzarlo.
Cambiano governi, maggioranze, slogan, programmi e protagonisti, mentre determinate strutture economiche, sociali e culturali restano quasi intatte. Il cambiamento viene annunciato, rappresentato, discusso, elettoralmente promesso; molto meno frequentemente si realizza e raggiunge la vita concreta degli individui.
È in questo senso che possiamo parlare, provocatoriamente, di false democrazie: non necessariamente sistemi nei quali il voto è falso, ma sistemi nei quali rischia di diventare illusoria la possibilità del cittadino di incidere realmente sull’evoluzione della società.
La differenza è importante. Più o meno apertamente una dittatura afferma che il sistema non deve cambiare. Una democrazia immobilizzata continua invece a dire: il sistema può cambiare. Ma se quel cambiamento viene indefinitamente rinviato, la distanza tra promessa e realtà diventa essa stessa una forma di condizionamento.
Non occorre immaginare una regia occulta. È sufficiente osservare una dinamica più semplice: chi occupa una posizione di vantaggio difficilmente ha interesse a modificare le condizioni che producono quel vantaggio. Ogni potere tende così a sviluppare strumenti di autoconservazione.
Ed è qui che l’arretramento democratico incontra, da una prospettiva illumanista, il vero problema: quello umanistico. Mentre i sistemi cercano di conservarsi, gli esseri umani continuano inevitabilmente a cambiare dentro un sistema per il quale l’uomo è strumento.
Nasce così una delle contraddizioni più evidenti del nostro tempo: individui nuovi vivono dentro strutture politiche, economiche e culturali costruite per conservare equilibri precedenti. Il cambiamento più rapido è quello tecnologico, ma proprio la tecnologia, quando viene progettata e utilizzata attraverso modelli culturali vecchi, rischia di trasformare la propria enorme potenza in un ulteriore strumento di conservazione e di distanza dall’individuo.
Nasce così uno dei paradossi più pericolosi della crisi contemporanea: la richiesta di cambiamento può diventare la forza attraverso la quale viene sacrificato proprio il sistema che dovrebbe renderlo possibile.
Da una prospettiva illumanista, è qui che dovrebbe essere misurata la qualità di una democrazia. Non soltanto chiedendoci se si vota o chi governa, ma ponendo una domanda più radicale: il sistema permette all’individuo di svilupparsi, fare esperienza, cambiare e contribuire realmente al cambiamento della realtà sociale nella quale vive?
La democrazia può essere il miglior processo politico possibile soltanto se rimane vitale e continua a muoversi insieme ai suoi cittadini.
Ed è forse proprio su questo che l’Occidente, Italia compresa, dovrebbe tornare seriamente a interrogarsi.

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