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Educare alla morte (death education)

Immagine del redattore: Roberto Mucciarini
Roberto Mucciarini
14 set
Tempo di lettura: 4 min

In un articolo nel suo blog, il confronto proposto da Marina Sozzi tra cultura occidentale e cultura cinese ha un merito importante: relativizza l’idea secondo cui la nostra sarebbe semplicemente una civiltà incapace di confrontarsi con la morte. La comparazione tra le due culture mostra però che esistono differenti modalità culturali di allontanare, rappresentare, ritualizzare o affrontare la fine della vita, e l’Occidente contemporaneo sembra aver iniziato, almeno in alcuni suoi ambiti, un processo di riavvicinamento consapevole alla mortalità. Un processo che anche l’Illumanesimo auspica con convinzione, ma rispetto al quale introduce anche un’ulteriore domanda: che cosa significa realmente educare alla morte?


Parlarne maggiormente, introdurre l’educazione nei percorsi scolastici, accompagnare meglio il morente o sostenere chi attraversa un lutto sono progressi culturali importanti. Come lo sono le cure palliative, che in questo senso rappresentano una delle espressioni più alte dell’umanizzazione contemporanea del morire. I successi non si sono fatti attendere, e anche culturalmente si iniziano a notare significativi miglioramenti rispetto all’idea della morte. Resta però una distinzione fondamentale tra imparare a parlare della morte all’interno di un portato culturale creatosi lungo i secoli e modificare profondamente il proprio rapporto esistenziale con questo limite dell’esistenza consapevole.


È qui che l’osservazione conclusiva di Marina Sozzi assume, dal punto di vista illumanista, un significato particolare: «forse l’educazione non basta». Occorrono anche «le esperienze, la conoscenza di sé, le risorse che ciascuno di noi ha, in una parola, la vita».


Questa è una convinzione molto vicina al nucleo dell’Illumanesimo. L’esperienza e la conoscenza di sé, infatti, non costituiscono soltanto qualcosa che accade e si esaurisce durante la vita. Nell’Illumanesimo gli accadimenti della vita assumono una funzione conoscitiva che supera ogni paura dei limiti attraversabili. Attraverso il rapporto con la vita e la realtà materiale, l'individuo vive situazioni che possono essere elaborate, interiorizzate e trasformate in conoscenza. Una conoscenza che non può essere destinata soltanto a dissolversi con la morte. Il senso dell'esistenza, allora, non viene più semplicemente insegnato dall'esterno come addestramento psicologico, ma può progressivamente costruirsi attraverso un nuovo rapporto concettuale con la vita e l'esperienza vissuta e una nuova destinazione.


Da questa prospettiva cambia così anche il significato della vita e del limite. La consapevolezza che il nostro tempo sia limitato può certamente aiutarci a selezionare ciò che riteniamo importante, come suggerisce la teoria della selettività socio-emotiva ricordata nell'articolo. L'Illumanesimo compie però un passo ulteriore e non considera la morte soltanto uno strumento psicologico capace, per contrasto, di rendere più significativa la vita. È la vita stessa, nella sua finitezza materiale, a costituire un campo di esperienza di valore anche qualitativo, che si fissa in una parte del sé che trascende anche il contingente e la sua brevità.


Per questo la domanda fondamentale potrebbe non essere soltanto: «Quanto tempo mi rimane?», ma: «Che cosa sto facendo dell'esperienza che mi è data?»


Ogni persona è perfettamente consapevole della propria mortalità e tuttavia può non comprendere la sua necessità di conoscere il mondo e la sua realtà, i suoi significati, i valori che ogni individuo è portato a stabilire. Persino l’insoddisfazione per la propria vita diventa così una domanda sul perché non ci basti ciò che abbiamo.


All’interno di questo dibattito sulla death education, l’Illumanesimo cerca cosi di portare un'educazione alla morte più ampia, che dovrebbe diventare anche educazione all'esperienza, al suo valore e alla sua destinazione.


Significherebbe insegnare non soltanto che moriremo, ma che vivere comporta interrogarsi sulle esperienze che facciamo, sulle nostre scelte, sulle relazioni, sulla sofferenza, sulla gioia, sugli errori, sulle trasformazioni interiori, sul perché dei significati che attribuiamo a tutto questo e sulla sua destinazione, che non può essere né destinata al nulla né a finire con la vita. Una vita interrogante è una destinazione qualitativa della vita, non solo finalizzata a un dopo ipotetico, ma anche a un vivere finalizzato esso stesso a uno scopo individuale e a un approccio meno traumatico alla morte stessa.

Da qui deriva anche una diversa interpretazione della paura della morte.


Naturalmente, l'Illumanesimo riconosce la componente biologica, psicologica e culturale di questa paura. Il corpo tende alla propria conservazione; l'Io è legato alle relazioni, ai progetti, alle aspirazioni e all'identità costruita durante l'esistenza. La paura della morte non è quindi un'anomalia da eliminare, ma una componente comprensibile e imprescindibile della condizione umana.


Tuttavia, proprio il concetto di Il senso di ogni vita, il libro esistenziale dell’Illumanesimo, porta a un'osservazione significativa: quanto più l'esistenza viene coinvolta nella dinamicità e nell'esperienza, tanto più verrà a modificarsi anche il rapporto con la morte. La parte fisica diventa così un ambito non più solo psicologico e culturale, con tutti i suoi derivati sulla mortalità. L’uomo non coincide più solo con il proprio corpo, ma riconosce in esso le parti che ci rendono umani, quelle qualitative che attraverso le esperienze crescono con esso, ma da questo si elevano a uno stadio che non è più solo fisico. La morte viene conseguentemente interpretata non più solo come annientamento dell'essere, ma come cambiamento di stato.


Naturalmente, questa è una tesi metafisica interna al sistema illumanista, non una conclusione scientificamente dimostrata; ma, come tale, seppure debba essere sottoposta al confronto filosofico e, per quanto possibile, all'indagine scientifica, si configura come un’opportunità qualitativa della vita e del rapporto con la morte totalmente positiva.


Questa precisazione è essenziale soprattutto perché distingue l'Illumanesimo da una semplice consolazione religiosa. Si parte da un dato di fatto innegabile, l’esistenza di livelli qualitativi nell’uomo, e li si consegna a una verifica anche empirica di tipo logico-deduttivo.


Non si tratta di dire all'uomo: «non avere paura perché dopo la morte starai meglio». La proposta è diversa: interrogare razionalmente la morte all'interno di una più ampia interrogazione sulla natura dell'uomo e della Realtà. Ognuno potrà anche portare questa consapevolezza dentro la propria cultura, ma è la tesi di fondo che resta valida rispetto alla qualità di una vita possibile dove le esperienze acquistano un valore individuale unico e irripetibile.


Se ammettiamo almeno come ipotesi filosofica che la coscienza umana non possa essere esaurita nella descrizione materiale dell'organismo, e se questa ipotesi può trovare conferme proprio dall’indagine degli stati qualitativi della vita e non in una speranza ultraterrena, allora la domanda sulla morte cambia radicalmente, anche se torna a essere una domanda ontologica.


Per questo l'Illumanesimo non propone di recuperare antichi rituali o credenze rassicuranti. Invita piuttosto a recuperare una capacità di confrontarsi serenamente e razionalmente con la morte, lasciando riemergere l'interrogazione spirituale dall'interiorità dell'uomo invece di imporle una risposta dall'esterno.

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