Perchè sono quasi ateo?
- Roberto Mucciarini
- 20 gen
- Tempo di lettura: 2 min
Sì, avete letto bene. Sono quasi ateo. E non per provocazione, né per ambiguità intellettuale. Lo sono perché prendo sul serio ciò che siamo.
Guardiamoci con onestà: siamo composti almeno per il 90% di materia. Una materia straordinaria, che funziona, vive e si organizza in perfetta autonomia. Non ha bisogno di interventi esterni per far battere il cuore, digerire il cibo, rigenerare le cellule. È una macchina meravigliosa che procede "in automatico", e questo automatismo non è un difetto: è la condizione stessa della nostra esistenza.
Di fronte a questa evidenza, l'ateismo appare come la posizione più naturale, quasi ovvia. I risultati della scienza, nel corso dei secoli, hanno accumulato prove schiaccianti a favore di una visione materialista della realtà. L'aumento degli atei nel mondo moderno non è casuale: cresce in proporzione diretta con l'avanzare della conoscenza scientifica. Nei secoli passati, quando mancavano questi dati, l'ateo quasi non esisteva. Non perché l'uomo fosse diverso o le ragioni dell'ateismo fossero meno valide, ma semplicemente perché non c'erano ancora gli strumenti per sostenerle con tanta forza.
Dunque, perché solo quasi?
Perché c'è quel 10%. Piccolo, minoritario, ma irriducibile.
È il CEFA, quella qualità attiva che non si lascia spiegare dalle leggi della fisica, quel "qualcosa" che nei secoli ha costretto l'uomo a cercare oltre se stesso, oltre la materia. Possiamo ignorarlo, ridicolizzarlo, negarlo in nome della ragione. Ma lui continua imperterrito a chiedere udienza. E quando gliela neghiamo, si vendica. Non con punizioni divine, ma con disadattamenti, crisi esistenziali, quel vuoto interiore che nessun successo materiale riesce a colmare.
Ecco il punto: più la scienza si spinge ai confini della materia, più scopre di non bastare a se stessa. Proprio quei dati che sembravano consegnarle la verità definitiva rivelano, ai margini, territori inesplorati che sfuggono alle sue categorie.
L'Illumanesimo nasce da questa consapevolezza. Non chiede al 10% di dominare il 90%, come hanno preteso per secoli le religioni tradizionali. Ma non accetta nemmeno che il 90% sopprima quella minoranza irriducibile, come vorrebbe fare il materialismo contemporaneo.
La via è l'equilibrio. Non per compromesso, ma per necessità ontologica.
Se la parte materiale continuerà a voler annientare ciò che non può comprendere, il risultato non sarà la pace della ragione, ma solo problemi e dolori esistenziali. Dolori che, paradossalmente, fanno molto più male di quelli fisici.
Sono quasi ateo perché rispetto profondamente la materia che mi costituisce. Ma sono quasi ateo perché so che non sono solo materia. E questa consapevolezza non è un atto di fede: è il riconoscimento di ciò che sono. Interamente e non solo al 90%.

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