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Quando il potere sfugge alla politica: Una riflessione illumanista

  • Immagine del redattore: Roberto Mucciarini
    Roberto Mucciarini
  • 21 gen
  • Tempo di lettura: 2 min

C'è una domanda che oggi appare quasi retorica, eppure merita di essere posta con forza: riusciranno mai i governi del mondo a riprendere in mano le decisioni che hanno progressivamente ceduto alla finanza e al complesso tecnologico-industriale?

Non parliamo qui della politica nel suo senso classico — quella nobile arte del decidere per tutti in modo equo e giusto, come sarebbe doveroso per chi assume responsabilità pubbliche. Parliamo di qualcosa di più profondo e inquietante: la riconquista del diritto stesso di decidere su ambiti che ormai sembrano appartenere a entità autonome, capaci di determinare la vita e il destino dell'umanità ben oltre qualsiasi mandato elettorale.

Il sistema economico, quello industriale, quello tecnologico si sono trasformati in veri e propri stati sovranazionali. La loro indispensabilità contingente è divenuta talmente pervasiva che anche qualora la politica riuscisse a riprendere il controllo su uno di questi domini, la potenza degli altri due — ormai intimamente interconnessi — saprebbe difendersi e prevalere in questa ipotetica guerra di sovranità. Tre comparti legati da interessi reciproci così stretti che ogni oscillazione dell'uno funge da immediato campanello d'allarme per gli altri.

A complicare il quadro, una classe politica mondiale che troppo spesso vede in questi nuovi sovrani degli alleati piuttosto che delle minacce. E quando questi iniziano — come sta palesemente avvenendo — a esercitare il loro potere attraverso strumenti ricattatori, ideologici, economici e persino militari, ci rendiamo conto di quanto sia stato miope concedere a singoli individui la possibilità di edificare potenze strumentali capaci di decidere il destino di interi popoli.

Di fronte a questa condizione umana degradata — o, più precisamente, vittima di una degradazione morale, etica, esistenziale — quale speranza ci rimane?

L'Illumanesimo propone una risposta che non passa attraverso la vecchia e ormai spuntata lancia della politica tradizionale. La nostra proposta è un riscatto ontologico che riparta dall'individualità: non più dai logori concetti metateologici e metadogmatici, non più da promesse di salvezza che non giungono mai né da tabù dettati da improbabili volontà divine, ma da una rifondazione esistenziale radicata nella consapevolezza di ciò che realmente siamo.

Il CEFA — il Campo Energetico di Forze Autocoscienti che costituisce la nostra essenza più profonda — porta in sé quella libertà originaria che nessun sistema economico, tecnologico o finanziario può alienare definitivamente. La "ribellione" di cui parliamo non è politica nel senso convenzionale: è esistenziale. È il risveglio di un senso umanista di cui sembriamo aver smarrito ogni traccia.

Questo tema può apparire oggi anacronistico. Ma proprio perché i processi di cui parliamo sono ormai consolidati, sperare di cambiarli con gli strumenti tradizionali sarebbe più utopistico di quanto possa sembrare la proposta illumanista. Il cambiamento autentico non può venire dall'alto, da istituzioni già compromesse con i poteri che dovrebbero regolare. Deve emergere dal basso, da un'umanità che riscopra il proprio fondamento ontologico e, con esso, la capacità di sottrarsi all'asservimento.

Non vediamo ancora gli albori di questa umanità futura — i sistemi formativi attuali sembrano progettati per impedirne la nascita. Eppure, proprio qui risiede il compito dell'Illumanesimo: tenere viva la fiamma di una possibilità, affinché quando le condizioni matureranno, gli strumenti per il risveglio siano già disponibili.

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