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Roberto Mucciarini


La controparte mancante

David Chalmers e l’Illumanesimo:

il problema difficile di una coscienza composita

e la direzione dell’indagine


Abstract

 

Il saggio sviluppa una proposta metodologica collaterale al programma delineato in CEFA – Proposta di indagine. Muovendo dal problema difficile della coscienza, distingue l’esperienza soggettiva, i dati attraverso cui la studiamo e le ipotesi sulla sua origine. Il confronto con alcune ricerche neuroscientifiche chiarisce che i limiti delle misure e delle teorie non costituiscono, da soli, prove di una componente non materiale. Su questo sfondo, la concezione illumanista della coscienza composita suggerisce di indagare congiuntamente condizioni corporee e manifestazioni qualitative. Il criterio della direzione residua viene proposto per individuare regolarità non spiegate da modelli dichiarati, riservando la loro attribuzione causale a una fase ulteriore di verifica

 

Parole chiave: coscienza composita; problema difficile; Illumanesimo; CEFA; esperienza soggettiva; controparte qualitativa; direzione residua; verificabilità.

 

 

 

Introduzione

La ricerca sulla coscienza ha imparato a distinguere stati, riconoscere risposte che sfuggono all’osservazione ordinaria e confrontare previsioni formulate da teorie concorrenti. Questi progressi rendono più precisa anche la domanda che li accompagna: quale rapporto esiste fra ciò che possiamo misurare e l’esperienza vissuta dalla persona? Spiegare una prestazione, riconoscere un indicatore e comprendere perché vi sia un’esperienza sono obiettivi collegati, ma non intercambiabili.

Il precedente saggio, La natura dell’uomo e l’origine della coscienza, ha presentato la proposta illumanista di una coscienza umana composita, nella quale il contributo biologico e quello qualitativo partecipano alla costituzione dell’esperienza. Il presente lavoro ne sviluppa una possibile direzione d’indagine, senza assumere che l’adesione a quella concezione sia una condizione per discutere il metodo. La sua domanda è come riconoscere e studiare ciò che una spiegazione lascia aperto, evitando sia di dichiararlo irrilevante sia di attribuirgli immediatamente un’origine ulteriore.

L’espressione «controparte mancante» designa questa esigenza di relazione. Alcune impostazioni rischiano di trattare la realizzazione corporea come un dettaglio; altre di identificare l’esperienza con l’indicatore scelto per studiarla. Non sarebbe però corretto estendere queste tendenze all’intera filosofia o all’intera scienza: esistono già ricerche che mettono in rapporto descrizioni soggettive e misure neurofisiologiche. La proposta qui avanzata si confronta con tale lavoro e cerca di precisare a quali condizioni una regolarità ancora inspiegata possa diventare una domanda controllabile.

Occorre inoltre distinguere tre significati. L’esperienza è il fenomeno da comprendere; il resoconto e il comportamento sono dati attraverso cui possiamo studiarlo; il contributo del CEFA – Capo Energetico di Forze Autocoscienti – Ente cosciente, indipendente dalla materia, sul quale si fonda tutta la filosofia illumanista – è un’ipotesi sulla sua costituzione, fondata nell’architettura filosofica illumanista. Confondere questi piani trasformerebbe la necessità di ascoltare una persona nella presunta dimostrazione di un ente non materiale. La nuova proposta metodologica di questo saggio, se pure dichiaratamente finalizzata a consentire il passaggio successivo avanzato nei libri dell’Illumanesimo e dai riferimenti che la sostengono, resta comunque distinta.

 

 

Parte prima

Il problema e la portata della spiegazione

 

1. Che cosa chiede il problema difficile

Nell’articolo del 1995 Chalmers distingue la spiegazione delle funzioni cognitive dalla spiegazione dell’esperienza. Discriminare stimoli, integrare informazioni, dirigere l’attenzione o riferire uno stato mentale sono problemi affrontabili individuando i meccanismi che realizzano quelle capacità. La loro difficoltà pratica può essere enorme; la distinzione riguarda il tipo di risposta cercata, non la quantità di lavoro necessaria a ottenerla. Il problema difficile domanda perché all’esecuzione di quelle funzioni si accompagni un sentire soggettivo (Chalmers, 1995).

La questione può essere accostata a quella posta da Nagel sul carattere soggettivo dell’esperienza: una descrizione oggettiva del funzionamento di un organismo non ci consegna immediatamente ciò che si prova a essere quell’organismo (Nagel, 1974). Questa distanza ha dato luogo ad argomenti differenti e controversi; il loro accostamento chiarisce un problema, ma non equivale all’accumulazione di prove indipendenti contro ogni spiegazione fisica.

La distinzione che interessa qui è fra un risultato e la sua portata. Spiegare come un contenuto diventi disponibile alla memoria o al resoconto può risolvere una domanda effettiva, senza per questo aver risolto ogni domanda sull’esperienza. Allo stesso modo, la persistenza di un problema filosofico non annulla ciò che è stato spiegato sul piano funzionale. Un’indagine adeguata deve dichiarare entrambi i termini, perché soltanto così si può riconoscere dove si sia prodotto un avanzamento e dove resti una difficoltà.

2. Organizzazione, materia e storia del soggetto

Il principio di invarianza organizzativa discusso da Chalmers attribuisce all’organizzazione causale del sistema un ruolo determinante per l’esperienza, ammettendo che la stessa organizzazione possa essere realizzata in materiali differenti. Non sostiene che la coscienza esista senza realizzazione fisica; la controversia riguarda piuttosto quali differenze fra le realizzazioni siano rilevanti per il vissuto (Chalmers, 1995).

La domanda illumanista può essere formulata senza attribuire a questa posizione un’espulsione della materia: l’organizzazione considerata dalla teoria include tutto ciò che il corpo apporta alla costituzione della coscienza? La storia evolutiva, lo sviluppo dell’organismo e la biografia individuale potrebbero contribuire in modi che una descrizione funzionale non rappresenta adeguatamente. Perché questa obiezione acquisti forza, però, occorre indicare quali proprietà siano trascurate e quali differenze ci si attenda dalla loro inclusione. Il semplice richiamo alla materia non decide la questione, perché anche un’organizzazione causale è realizzata materialmente.

Da ciò segue una cautela anche per la coscienza artificiale. L’assenza di una garanzia che due sistemi abbiano la stessa esperienza non dimostra che un sistema artificiale non possa averne alcuna. Nel quadro illumanista bisogna inoltre distinguere una possibile coscienza di origine naturale o computazionale dalla coscienza qualitativa umana, la cui spiegazione coinvolge il CEFA. Il secondo problema richiede premesse ulteriori e non può essere risolto mediante una semplice negazione della sufficienza del calcolo.

3. Il confronto fra ontologie resta aperto

Nel discutere l’idealismo, Chalmers considera le difficoltà di diverse concezioni del rapporto fra mente e mondo, ma la sua conclusione non è un verdetto di equivalenza o di inutilità della ricerca. Il testo invita a un confronto fra alternative, nel quale anche l’idealismo merita considerazione nonostante le sue difficoltà (Chalmers, 2019).

L’Illumanesimo propone una risposta propria, che riconosce la distinzione fra materia e Enti individuali non materiali e la loro relazione nella vita umana. Il riconoscimento del ruolo del corpo non basta, da solo, a confutare ogni concezione di una coscienza universale, così come le difficoltà delle alternative non dimostrano automaticamente la concezione illumanista. Il confronto diventa più produttivo quando ogni proposta dichiara che cosa assume, che cosa spiega e quali questioni lascia aperte. È su questa base che si può passare dalla discussione ontologica alle condizioni dell’indagine.

 

Parte seconda

Ciò che le ricerche consentono di concludere

 

4. Limiti dei modelli e previsioni non confermate

Gli studi sulle soglie di accesso cosciente mostrano come sia possibile collegare variazioni nell’attività cerebrale e cambiamenti nella visibilità riferita di uno stimolo. Il lavoro di Del Cul, Baillet e Dehaene riguarda precisamente le dinamiche associate a una soglia non lineare di accesso alla coscienza; non pretende di fornire, attraverso quel risultato, una descrizione completa di ogni aspetto dell’esperienza (Del Cul et al., 2007).

Un caso diverso è il confronto avversariale del Cogitate Consortium fra la teoria dello spazio di lavoro neuronale globale e la teoria dell’informazione integrata. I risultati mettono in difficoltà alcune previsioni delle due teorie, offrendo elementi per rivederle e per precisare esperimenti successivi. Le conclusioni devono però restare riferite alle previsioni e ai paradigmi effettivamente studiati. La limitazione dell’indagine rispetto alla ricchezza complessiva dell’esperienza e una difficoltà specifica nel rendere conto dell’aggiornamento dei contenuti non sono la stessa affermazione, né dimostrano l’impossibilità di una spiegazione scientifica della coscienza (Cogitate Consortium, 2025).

Si delineano così due situazioni da tenere separate: un modello può lasciare fuori qualcosa perché non era destinato a spiegarlo, oppure può incontrare un risultato contrario a una sua previsione. La prima situazione richiede di estenderne l’ambito o di affiancargli altri strumenti; la seconda impone un confronto critico con le sue assunzioni. Nessuna delle due autorizza, senza altri passaggi, a identificare ciò che manca con una componente non materiale.

5. Il resoconto e l’interferenza del compito

Nel lavoro sulla rivalità binoculare di Frässle e collaboratori, le condizioni con resoconto attivo mediante pulsanti vengono confrontate con condizioni prive di quel compito, utilizzando indicatori oculari dei cambiamenti percettivi. L’attività differenziale frontale osservata nel primo caso non si presenta allo stesso modo nel secondo, mentre rimangono effetti in altre regioni. Il risultato invita a distinguere l’attività connessa alla percezione da quella legata all’introspezione richiesta e all’azione di rispondere; non dimostra l’irrilevanza generale delle regioni frontali per la coscienza (Frässle et al., 2014).

La difficoltà è reale: chiedere un resoconto modifica il compito, mentre rinunciarvi richiede di validare indicatori indiretti. Da questo non segue una situazione senza uscita. Il confronto fra procedure può aiutare a separare ciò che dipende dal fenomeno studiato da ciò che dipende dalle modalità di osservazione. La soggettività non scompare quando si evita una risposta esplicita; cambia la catena di inferenze attraverso cui la si studia, e quella catena deve essere dichiarata e controllata.

6. Indicatori clinici e limiti dell’inferenza

Il PCI, indice di complessità della risposta cerebrale a una perturbazione, mostra quanto possa essere feconda una misura indiretta. Nello studio di Casarotto e collaboratori, la validazione su un campione di riferimento di 150 soggetti consente una separazione con sensibilità e specificità del 100%; nel gruppo in stato di minima coscienza la sensibilità riportata è invece del 94,7%. Sono risultati rilevanti, il cui significato dipende dalle popolazioni e dalle condizioni esaminate, e non una garanzia universale di riconoscimento di ogni esperienza (Casarotto et al., 2016).

Gli studi sui pazienti privi di una risposta comportamentale osservabile rendono ancora più evidente questa distinzione. Nel lavoro di Bodien e collaboratori, 60 dei 241 partecipanti senza risposta osservabile ai comandi, pari al 25%, mostravano risposte nei compiti mediante fMRI o EEG. Fra i 112 partecipanti con una risposta osservabile ai comandi, 43 rispondevano anche nei paradigmi strumentali: il 38%; i restanti 69, pari al 62%, non mostravano quella risposta. Un risultato negativo nel compito non può dunque essere identificato automaticamente con l’assenza di coscienza (Bodien et al., 2024).

Il valore degli indicatori sta proprio nella possibilità di correggere inferenze troppo semplici. Anche la discussione sui paradigmi di immaginazione mentale riguarda controlli capaci di distinguere risposte intenzionali e spiegazioni alternative, non soltanto l’impossibilità di accedere direttamente al vissuto altrui (Owen et al., 2008). L’esperienza rimane il referente dell’indagine, ma il suo studio può procedere mediante convergenze fra dati diversi, purché ciascun indicatore venga usato entro la portata per cui è stato validato.

7. Introspezione e controversie sulla testabilità

Anche i resoconti hanno limiti che vanno riconosciuti senza generalizzarli. Nell’esperimento di Johansson e collaboratori sulla cecità alla scelta, i partecipanti riconobbero durante il compito 46 delle 354 manipolazioni, circa il 13%; l’87% riguarda dunque le prove manipolate non riconosciute, non la percentuale delle persone che giustificarono una scelta mai compiuta. Lo studio documenta inoltre spiegazioni confabulatorie, mostrando che il racconto delle ragioni di una scelta può essere ricostruito senza un accesso affidabile al processo che l’ha prodotta (Johansson et al., 2005).

Un resoconto può quindi essere informativo rispetto a ciò che una persona sente o ritiene, senza costituire una spiegazione certa delle cause. Analogamente, le differenze osservate fra pazienti con stati dissociativi e controlli istruiti a simulare non trasformano il neuroimaging in una certificazione generale dell’autenticità di qualsiasi stato riferito (Reinders et al., 2012).

Un ulteriore problema riguarda la testabilità delle teorie. L’argomento di Doerig e collaboratori contesta la capacità di alcune teorie basate sulla struttura causale di spiegare la coscienza, discutendo sistemi con comportamento equivalente e struttura differente. Si tratta di un argomento da valutare nelle sue premesse e conseguenze, non di una conclusione già acquisita sull’impossibilità di verificare ogni teoria che parta dall’esperienza (Doerig et al., 2019).

La rassegna distingue dunque cinque difficoltà: la delimitazione dell’oggetto spiegato, la mancata conferma di previsioni, l’interferenza del compito, l’affidabilità degli indicatori e dei resoconti, la possibilità di discriminare fra teorie. Il loro accostamento mostra la necessità di controlli diversi, ma non prova che siano manifestazioni di un unico residuo ontologico. Il punto comune è l’esigenza di rendere esplicito il passaggio dal dato alla conclusione.

 

Parte terza

I riferimenti illumanisti

 

8. Il doppio binario e la coscienza composita

In Esperienze, l’Illumanesimo avanza la tesi del doppio binario per la formazione della coscienza umana, e riconosce una coscienza animale di origine naturale, legata al cervello e alla storia evolutiva delle specie che si incontra con una coscienza qualitativa di origine non materiale. Al livello materiale la concezione illumanista affianca quindi un contributo qualitativo il CEFA, attraverso il quale interpreta lo sviluppo umano di capacità legate a principi, valori e significati. La proposta colloca tale incontro dentro un processo che coinvolge lo sviluppo psichico e corporeo, non al posto di esso (Mucciarini, 2025a, «La coscienza»).

La coscienza umana è detta composita perché, in questa concezione, prende forma attraverso contributi distinti che si integrano nella vita individuale. Non si nega quindi che il cervello produca attività coscienti di origine naturale; si nega che tale origine esaurisca la costituzione della coscienza umana complessiva. Riconoscere un livello cerebrale non equivale neppure a considerarlo causalmente inerte: la questione dell’origine e quella dell’efficacia della coscienza devono restare distinte.

È necessario precisare anche l’uso di «qualitativo». Nel problema difficile, il termine richiama anzitutto il carattere vissuto dell’esperienza, come il sentire un dolore o percepire un colore. Nell’Illumanesimo, la coscienza qualitativa riguarda inoltre l’apertura a valori, significati e orientamenti attribuita al rapporto con il CEFA. I due ambiti si incontrano nell’esperienza umana, ma non coincidono. Un risultato su un orientamento morale non risolve da solo il problema della sensazione, così come un risultato sulla percezione non decide l’origine dei valori.

9. Corpo, anima e mediazione

L’Illumanesimo consente di precisare il rapporto fra i termini senza usarli come sinonimi funzionali. Nel glossario di Metafisica necessaria, l’anima è descritta come l’interfaccia che permette la comunicazione bidirezionale fra CEFA e corpo; viene distinta sia dal CEFA sia dalla mente e dalla psiche. Le esperienze corporee e psichiche vengono così poste in relazione con la dimensione spirituale attraverso una funzione di traduzione (Mucciarini, 2025d, «L’Anima»).

Questa distinzione assegna al corpo una partecipazione effettiva. La condizione biologica, la memoria, le possibilità percettive e la storia personale concorrono alla forma concreta di ciò che viene vissuto. Nel capitolo sul rapporto fra Spirito e materia, Il senso di ogni vita richiede infatti di ampliare il campo d’indagine mantenendo lo studio della materia, non di sostituirlo con una spiegazione che renda superfluo l’organismo (Mucciarini, 2025b).

CEFA – Proposta di indagine assume un’azione indiretta dei CEFA e propone di cercarne eventuali effetti secondari nella vita umana. Questa impostazione non offre già, per il solo fatto di enunciarla, un meccanismo empiricamente verificato della mediazione. La questione di come un contributo non materiale si traduca in effetti osservabili resta un onere della proposta e non può essere risolta chiamando «spirituale» ciò che un modello non riesce ancora a spiegare (Mucciarini, 2025c).

10. Cultura e individualità

In Esperienze la coscienza cerebrale viene collegata anche al processo culturale. La cultura comprende acquisizioni e condizionamenti attraverso cui l’individuo interpreta il mondo; nello stesso tempo, la concezione illumanista attribuisce rilievo alla capacità di elaborare significati che non si limitino a ripetere quelle acquisizioni. Occorre quindi distinguere il patrimonio culturale disponibile e l’eventuale contributo qualitativo che, secondo la proposta, può trovare espressione attraverso di esso (Mucciarini, 2025a, «La coscienza»).

Questa distinzione rende l’indagine più impegnativa. Un comportamento innovativo può dipendere da una combinazione originale di apprendimenti, mentre la ricorrenza di un valore in contesti diversi può dipendere da condizioni condivise. CEFA – Proposta di indagine riconosce il problema di distinguere gli apporti del corpo e della mente da quelli attribuibili a un elemento ulteriore, prospettando qualità come profondità, autenticità e superamento dell’istinto quali possibili indicatori. Il volume dichiara anche che le osservazioni richiamate non provano l’esistenza dei CEFA (Mucciarini, 2025c, «Le evidenze empiriche come base di partenza»).

In Oltre il nulla e la Gloria, la voce «Dignità qualitativa» interpreta l’irriducibilità degli orientamenti individuali come espressione della dimensione del CEFA. Questa è una tesi interna alla concezione filosofica: per impiegarla in una ricerca occorrerà stabilire con quali dati e rispetto a quali spiegazioni si possa parlare di irriducibilità. Il presente saggio si colloca accanto a quel problema, senza attribuire al libro un criterio sperimentale che il richiamo filosofico, da solo, non contiene (Mucciarini, 2026).

Parte quarta

La nuova proposta di indagine

 

11. Una controparte da precisare nel metodo

La proposta fondamentale di questo lavoro consiste nel riconoscimento reciproco di due controparti imprescindibili. Alla filosofia si chiede di assumere la materia come elemento metafisicamente costitutivo dell’esperienza umana, riconoscendole una funzione che va oltre quella di oggetto da studiare nella sua organizzazione: il corpo, la sua storia e il suo rapporto con il mondo partecipano alla possibilità stessa dell’esperienza e alla forma concreta che essa assume. Alla ricerca scientifica, nelle sue articolazioni neuroscientifiche, psicologiche, sociali e antropologiche, si chiede di riconoscere l’esistenza di livelli qualitativi dell’esperienza, il cui significato non può essere considerato esaurito in partenza dalla descrizione dei meccanismi attraverso cui si manifestano. Questo riconoscimento non determina anticipatamente la loro origine, ma richiede che essa rimanga una domanda effettivamente aperta all’indagine. Senza tale disponibilità reciproca, una ricerca della portata qui proposta perderebbe il proprio fondamento, perché ciascun ambito continuerebbe a interrogare l’esperienza entro confini che ne hanno già delimitato le risposte possibili. L’Illumanesimo, in quanto filosofia, propone questa apertura e ne argomenta le ragioni, senza pretendere di sostituirsi alla ricerca scientifica nella definizione delle procedure o nella valutazione dei risultati. L’interdisciplinarità richiesta riguarda pertanto sia la collaborazione fra le scienze sia il rapporto fra filosofia e ricerca empirica: un confronto nel quale la riflessione sui fondamenti orienti domande verificabili e i risultati dell’indagine possano, a loro volta, precisare, correggere o mettere in discussione le interpretazioni filosofiche.

La richiesta di mettere in relazione esperienza e descrizione oggettiva ha precedenti che vanno riconosciuti. La neurofenomenologia propone già un rapporto di vincolo reciproco fra dati dell’esperienza e dati neurofisiologici; la discussione sui metodi di seconda persona riguarda anche come raccogliere descrizioni con l’aiuto di interlocutori preparati, affrontando le difficoltà della memoria, del linguaggio e dell’interazione fra intervistatore e partecipante (Olivares et al., 2015).

La proposta della controparte non consiste dunque nell’introdurre per la prima volta la soggettività fra i dati. Consiste nel chiedere che, quando si passa dagli indicatori a una spiegazione complessiva della coscienza, sia esplicitato che cosa quei dati rappresentano e che cosa non consentono ancora di concludere. L’esperienza non coincide con il resoconto; il resoconto non è estraneo alla ricerca; il rapporto fra essi può essere studiato, senza presumere che una singola misura lo risolva interamente.

L’apporto specifico qui tentato riguarda inoltre gli orientamenti qualitativi richiamati dal programma CEFA. Si propone di esaminare se, rispetto a spiegazioni preventivamente dichiarate, emergano regolarità che meritino un approfondimento autonomo. È uno sviluppo collaterale a quel programma, non un metodo né una risposta acquisita al problema difficile.

12. Il criterio della direzione residua

Profondità e autenticità possono orientare una domanda filosofica, ma diventano criteri fragili se la loro attribuzione dipende dall’adesione preventiva all’ipotesi che si vuole esaminare. Per studiare un possibile contributo ulteriore serve una descrizione del fenomeno che permetta a ricercatori con concezioni differenti di confrontarsi sui medesimi risultati. Il criterio della direzione residua viene pertanto formulato nel modo seguente.

Quando uno scarto rispetto alle previsioni di un insieme dichiarato di modelli presenta una direzione definita in anticipo, resiste ai controlli pertinenti e si replica in osservazioni indipendenti, pur non identificando ancora la natura della causa che lo produce, esso costituisce comunque una regolarità da approfondire.

«Residuo» indica qui ciò che quei modelli non spiegano nelle condizioni considerate, non ciò che nessuna spiegazione materiale potrebbe mai spiegare. «Direzione» indica un andamento specificato prima dell’analisi, riconoscibile mediante indicatori e criteri espliciti; non il semplice giudizio che un comportamento appaia elevato o moralmente desiderabile. Anche l’ampiezza dello scarto e l’incertezza della misura contano, perché una regolarità apparente può dipendere da errori sistematici o da una descrizione inadeguata del fenomeno.

La distinzione fra dispersione e direzione conserva così una funzione di orientamento dell’indagine, senza diventare una scorciatoia causale. Uno scarto orientato può dipendere da una variabile trascurata, da condizioni comuni o da un errore condiviso nelle procedure. Per contestarne l’attribuzione al CEFA non è necessario dimostrare che manchi ogni regolarità: basta mostrare che un’altra spiegazione rende conto del risultato. A sua volta, un residuo non orientato non è necessariamente privo di interesse; semplicemente non soddisfa il criterio specifico proposto qui.

13. Quattro filtri, con un ambito dichiarato

Il criterio viene articolato nei quattro filtri già proposti: adattivo, culturale, dell’apprendimento individuale e del caso. Essi organizzano il confronto fra spiegazioni, senza costituire un elenco esaustivo di tutte le cause possibili. La loro utilità dipende dalla precisione dei modelli impiegati e dai limiti riconosciuti a ciascuna esclusione.

Il filtro adattivo confronta il fenomeno con spiegazioni che richiamano, fra l’altro, selezione parentale, reciprocità, reputazione e segnalazione costosa. Un atto che comporti un costo immediato non è per questo estraneo a ogni dinamica adattiva: l’interesse dichiarato dal soggetto, il vantaggio individuale nel breve periodo e le conseguenze evolutive appartengono a livelli differenti. Il compito è confrontare previsioni specifiche, evitando sia di escludere l’adattamento sulla base di un’impressione morale sia di invocarlo come spiegazione capace di assorbire qualsiasi esito.

Il filtro culturale esamina trasmissione, norme condivise e contatti storici. La ricorrenza di un orientamento in popolazioni differenti richiede di valutare quanto siano indipendenti le osservazioni, ma anche la comparabilità del significato attribuito ai comportamenti. L’assenza di contatti documentati non esclude origini comuni, condizioni ambientali simili o sviluppi convergenti. L’indipendenza culturale deve quindi essere argomentata per gradi, dichiarando le informazioni disponibili e i loro limiti. 

La storia di formazione, i rinforzi, le esperienze e le esposizioni osservabili del soggetto. La comparsa precoce di una condotta può essere rilevante, ma non autorizza a collocarla in una presunta fase anteriore a ogni apprendimento o influenza culturale. Occorre specificare l’intervallo di sviluppo e ciò che si conosce dell’esperienza precedente, senza trasformare l’assenza di informazioni in assenza di cause.

Il filtro del caso richiede dimensioni dell’effetto, incertezza, criteri statistici e controlli coerenti con la domanda, insieme alla replicazione indipendente e alla gestione dei confronti multipli. Va inoltre verificato che la direzione non sia prodotta da selezione dei dati, errori di misura o procedure comuni. La preregistrazione aiuta a distinguere le previsioni dalle interpretazioni successive, ma non rende adeguato un indicatore che non rappresenta il fenomeno né esaustivo un insieme incompleto di modelli.

14. Dall’orientamento filosofico alla domanda verificabile

Fra i fenomeni indicati in CEFA – Proposta di indagine figurano la diversità degli orientamenti umani, la ricorrenza di valori fondamentali e forme creative o morali che oltrepassano l’interesse individuale. Questi ambiti offrono un riferimento per scegliere le domande, ma non contengono già una misura univoca di ciò che dovrebbe essere attribuito al CEFA. La proposta della direzione residua interviene precisamente nello spazio fra l’indicazione filosofica e una previsione da confrontare con i dati.

Prima di un’indagine occorrerebbe stabilire quale comportamento viene osservato, che cosa significhi in quel contesto «oltrepassare l’interesse individuale» e quale andamento i modelli concorrenti prevedano. Servirebbe inoltre dichiarare quali risultati costituirebbero lo scarto atteso, quale grandezza lo misuri e quali esiti renderebbero non sostenibile l’interpretazione proposta. I criteri devono poter essere applicati anche da chi non condivide la concezione illumanista.

Se, dopo quei confronti, rimanesse una regolarità replicabile, si sarebbe individuato un problema meglio definito. Per attribuirlo a una componente qualitativa ulteriore occorrerebbe però un modello positivo: una proposta che spieghi in che modo quel contributo produca determinate differenze e consenta previsioni ulteriori, verificabili su dati non impiegati per costruirla. La sola denominazione «CEFA» non fornisce quel passaggio. Questo saggio delinea una condizione di avanzamento, senza presentare come già disponibile il modello che dovrebbe soddisfarla.

Anche l’analogia con la ricerca di entità attraverso effetti indiretti deve restare circoscritta. Il richiamo al neutrino può suggerire l’idea generale di indagare ciò che non è osservato direttamente, ma non trasferisce a questa proposta la forza di un bilancio quantitativo fondato su leggi e vincoli specifici. Qui i confronti riguardano modelli eterogenei e assunzioni ancora da precisare, con una capacità di identificazione causale necessariamente da costruire.

15. Che cosa può essere smentito

Le previsioni e i criteri di esclusione devono essere stabiliti prima della verifica, distinguendo le analisi esplorative dalle prove confermative. Se la direzione attesa non emerge, se non si replica o se viene spiegata da un modello concorrente, si indebolisce o si abbandona quella specifica ipotesi sul fenomeno. Un risultato del genere non confuta automaticamente ogni possibile tesi sui CEFA, ma deve avere conseguenze effettive per la proposta che lo aveva previsto.

È quindi più preciso parlare di ipotesi sottoposte a controllo che di «falsificazione del criterio» in quanto tale. Una procedura può rivelarsi poco informativa o troppo permissiva; una previsione può invece essere contraddetta dai dati. Tenere distinti questi livelli impedisce sia di sottrarre ogni risultato negativo alla discussione sia di pretendere da un singolo esperimento una decisione su un’intera costruzione metafisica.

Lo stesso vale per un esito favorevole. La replicazione di uno scarto rende più solida l’esistenza del problema, ma non elimina le alternative non ancora esaminate. La proposta progredirebbe se riuscisse a produrre spiegazioni più precise e previsioni migliori, accettando che il confronto possa ridimensionarla. Il riconoscimento, presente nel volume CEFA, che le osservazioni di partenza non costituiscono una prova deve continuare a valere lungo l’intera indagine.

16. Due piani collegati, due oneri diversi

La concezione della coscienza composita e il metodo qui delineato sono collegati, ma la loro indipendenza va formulata con precisione. All’interno dell’Illumanesimo, l’ipotesi di contributi differenti motiva la ricerca delle loro relazioni e manifestazioni. All’esterno di quella concezione, la richiesta di confrontare esperienza, indicatori e modelli rimane discutibile anche senza accettare l’esistenza del CEFA. Un ricercatore può quindi utilizzare il criterio della direzione residua e interpretare ogni eventuale risultato entro una spiegazione naturalistica.

Ciò che non può essere reso indipendente dalla premessa ontologica è la conclusione che la coscienza richieda necessariamente due contributi di natura diversa. Per giungervi servono argomenti ulteriori rispetto all’utilità del metodo. La prima fase può delimitare una regolarità e confrontarla con spiegazioni note; la seconda deve giustificare l’attribuzione a una causa specifica, qualora vi siano condizioni sufficienti per tentarla.

Questa distinzione riguarda anche il termine «controparte». In Oltre il nulla e la Gloria, il CEFA viene presentato come controparte conoscitiva del manifestarsi della Realtà, in una riflessione sulla funzione del soggetto spirituale. Qui il termine riceve un’estensione metodologica: indica l’esigenza di esplicitare la relazione fra ciò che viene vissuto, ciò che viene misurato e ciò che si ipotizza lo costituisca. Il riferimento del libro chiarisce la provenienza filosofica; la nuova proposta, sviluppata in questo saggio, deve sostenersi attraverso i propri argomenti.

Conclusione

Il problema difficile richiama l’attenzione su una distinzione che ogni ricerca deve continuare a sorvegliare: spiegare il funzionamento di un sistema e spiegare il carattere vissuto dell’esperienza non sono formulazioni automaticamente equivalenti. Le ricerche esaminate mostrano progressi concreti e difficoltà differenti, che diventano più comprensibili quando si evitano sia la loro generalizzazione sia la loro svalutazione.

La concezione illumanista propone che l’esperienza umana nasca dall’integrazione del contributo corporeo con quello qualitativo del CEFA. Questa impostazione orienta la domanda del saggio, ma non può sostituire il lavoro necessario a renderne discutibili le conseguenze. La nuova proposta della controparte trova il proprio spazio nella richiesta di collegare esplicitamente livelli che l’indagine può altrimenti sovrapporre o tenere troppo separati.

Il criterio della direzione residua tenta di dare a tale richiesta una forma controllabile. Il suo primo risultato possibile sarebbe riconoscere una regolarità che le spiegazioni considerate non hanno ancora chiarito; l’identificazione della sua origine rimarrebbe un compito successivo. In questa distinzione risiede la possibilità di un confronto nel quale filosofia e scienza contribuiscano alla stessa domanda, mantenendo ciascuna la responsabilità delle proprie affermazioni e accettando che la ricerca possa correggere anche le attese da cui è partita.

La proposta nasce dall’incontro fra un’elaborazione filosofica che aspira a una visione unitaria e condizioni di ricerca che oggi consentono di affrontarne più concretamente le implicazioni. Sul primo versante, l’Illumanesimo presenta una concezione universale ed esistenziale nella quale la riflessione sulla Realtà e quella sulla vita umana appartengono a una medesima struttura argomentativa, capace di sostenere le proprie tesi attraverso premesse esplicite e relazioni logiche, anziché affidarsi a intuizioni frammentarie o alle sole lacune delle spiegazioni esistenti. Questa coerenza costituisce il fondamento filosofico della proposta, pur restando distinta dalla verifica empirica delle sue conseguenze. Sul secondo versante, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie d’indagine rende oggi più praticabile un lavoro interdisciplinare che in passato avrebbe incontrato maggiori difficoltà nel mettere in relazione osservazioni, conoscenze e modelli provenienti da ambiti diversi. La possibilità di analizzare grandi quantità di dati e confrontare spiegazioni concorrenti all’interno dello stesso sistema offre strumenti per dare maggiore ampiezza e precisione alla ricerca delineata. La sua fattibilità dipende dunque dalla possibilità di tradurre una domanda filosoficamente articolata in indagini coordinate e controllabili, nelle quali le nuove tecnologie oggi possono sostenere il lavoro critico senza sostituire la qualità di masse rilevanti di dati, il rigore dei criteri e la responsabilità dell’interpretazione.

 

Riferimenti bibliografici dal corpus dell’Illumanesimo

Mucciarini, Roberto (2025a), Esperienze. In viaggio verso il nuovo dentro il quadro della vita, ISBN 979-12-210-9483-1. Riferimenti: capitoli sull’anima e sulla coscienza, in particolare la tesi del doppio binario e la distinzione fra coscienza cerebrale e qualitativa.

Mucciarini, Roberto (2025b), Il senso di ogni vita, ISBN 979-12-210-9482-4. Riferimento: capitolo «Rapporto tra Spirito e materia».

Mucciarini, Roberto (2025c), CEFA. Campi Energetici di Forze Autocoscienti. Proposta di indagine, ISBN 979-12-210-9484-8. Riferimenti: distinzione degli apporti corporei, mentali e ulteriori; «Le evidenze empiriche come base di partenza»; criterio di esclusione; azione indiretta e fenomeni proposti all’indagine.

Mucciarini, Roberto (2025d), Metafisica necessaria, ISBN 979-12-243-1015-0. Riferimento: glossario, voce «L’Anima».

Mucciarini, Roberto (2026), Oltre il nulla e la Gloria. Confronto teoretico tra Emanuele Severino e l’Illumanesimo, ISBN 979-12-243-3795-9. Versione PDF consultata nel Drive dell’autore. Riferimenti: capitolo 9, «La funzione conoscitiva del CEFA»; glossario, voci «Doppio binario» e «Dignità qualitativa».



 

Il sito dell’Illumanesimo: www.Illumanesimo.it


 

Bibliografia e su studi filosofici e scientifici

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© 2026 Roberto Mucciarini.

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DOI: 10.5281/zenodo.22648432

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