
La filosofia e il suo fondamento dimenticato
Da Russell all’Illumanesimo: oltre la “terra di nessuno”
Per l’elaborazione di questo articolo vorrei partire da una considerazione tratta dall’intervento di leonardo Dini al concresso mondiale di filosofia Roma 1 – 8 agosto 2024: “Oggi superata l’infinita sfida tra mondo umanistico e scienze, la interdisciplinarietà e la prevalenza della ricerca monotematica, rispetto alla costruzione di sistemi filosofici complessi, coincide con l’epoca della iperspecializzazione scientifica e filosofica, implementata dalle pubblicazioni e ricerche nei dottorati, post Dottorati.
Oggi la téchne, e il metodo epistemologia prevalgono sugli elementi letterari, creativi e poetici della filosofia ancora presenti in Voltaire, Nietzsche, in Russell, Popper, Wittgenstein, (quest’ultimo al centro di interessanti paper sperimentali e ricerche proposti nel Congresso filosofico mondiale in Italia).
E se al tempo di Leon Battista Alberti, Leopardi, Pico, Guicciardini, Machiavelli, Gramsci, Voltaire, alcuni grandi scrittori e intellettuali erano anche grandi filosofi, ora sono spesso gli scienziati, come Hawking e Penrose, a farsi filosofi, per interrogarsi non più, kantianamente sulla cosa ultima, ma sulla res extensa del Cosmo e del multiverso in atto. Quel che hanno fatto a loro volta, nel secolo scorso Russell e Wittgenstein e Heidegger e Gadamer, nei rispettivi ambiti.”
Da queste poche righe emerge con forza il tema che mi preme evidenziare in questo articolo: La filosofia è diventata strumento della scienza, e non più come sua ispiratrice.
Già nel 1945, aprendo la sua monumentale History of Western Philosophy, Bertrand Russell offriva una definizione destinata a diventare canonica: “La filosofia, come intendo io questa parola, è qualcosa di intermedio tra la teologia e la scienza. Come la teologia, consiste in speculazioni su argomenti per i quali una conoscenza definitiva non è stata finora raggiungibile; ma come la scienza, si rivolge alla ragione umana piuttosto che all’autorità. […] Ma tra la teologia e la scienza c’è una terra di nessuno, esposta all’attacco da entrambi i lati: questa terra di nessuno è la filosofia.”
Questa e sicuramente un’immagine potente, ma forse non descrive la natura della filosofia, bensì la sua crisi: Una questione che resta aperta ancora oggi.
L’immagine russelliana della terra di nessuno non è rimasta confinata ai manuali. Nel 2020, il filosofo tomista Edward Feser vi ha dedicato un articolo di notevole acume — Russell’s No Man’s Land — che sposta significativamente il fuoco della questione. Feser riconosce che Russell ha individuato qualcosa di reale, ma corregge la diagnosi: non è la scienza né la teologia in quanto tali a minacciare la filosofia, bensì le loro rispettive degenerazioni ideologiche. Da un lato lo scientismo, che dichiara illegittima ogni domanda non riducibile al metodo empirico; dall’altro il fideismo, che come principio teorico diffida di qualunque ragionamento condotto indipendentemente dalla rivelazione. Entrambi trattano la filosofia come un territorio da conquistare o da azzerare, non come un sapere autonomo.
Quella di Forer è sicuramente una diagnosi acuta, ma rimane in una posizione difensiva: la filosofia è minacciata, dunque va protetta. La questione del fondamento — da dove nasce la filosofia, e non soltanto dove si colloca — resta in secondo piano e non affronta la crisi del fondamento.
Oggi, infatti, la filosofia appare ancora sospesa tra i medesimi poli che Russell aveva descritto. Da un lato la scienza, che produce risposte sempre più precise ma, come nella sua natura, sempre rivedibili. Dall’altro la religione, che offre risposte “ultime” ma sottratte alla verifica. In mezzo, una filosofia che — soprattutto dopo Heidegger — sembra essersi ritirata nella sola dimensione del domandare, quasi che l’interrogazione senza risposta fosse diventata la sua cifra identitaria.
Ma è davvero questa la sua essenza?
Un paper circolante su PhilArchive — Objects of Knowledge in Science and Religion — ha messo in luce un aspetto spesso trascurato: nella sua definizione, Russell compie un’assunzione implicita ma decisiva. Presuppone che gli oggetti indagati dalla scienza, dalla filosofia e dalla teologia appartengano tutti a un unico campo comune, disposto su cerchi concentrici, dove la scienza occupa il nucleo della “conoscenza definitiva” e la filosofia la fascia intermedia delle “speculazioni ancora aperte”. Il che significa che la filosofia viene strutturalmente definita in relazione allo stato contingente della scienza: man mano che la scienza avanza, la fascia filosofica si restringe. Una posizione, questa, che non solo svuota la filosofia di qualunque autonomia fondativa, ma la caratterizza da troppo tempo, al punto da averlo fatto assurgere a fondamento, senza riconoscerne lo stato subalterno a quelle della ricerca scientifica. Ruolo che la filosofia sembra aver accettato e fatto proprio di buon grado.
La lettura dell’Illumanesimo
Partendo da questa constatazione, l’Illumanesimo propone una lettura radicalmente diversa: la filosofia non nasce come “via di mezzo”, né come zona cuscinetto tra saperi più forti. Nasce come fondamento dell’espressione metafisica. Per l’Illumanesimo è la metafisica a generare le condizioni stesse del domandare.
La scienza non decide da sola cosa sia reale, cosa sia conoscibile, cosa meriti di essere indagato. Queste sono scelte originarie — atti del pensiero che precedono ogni verifica empirica. Senza questa base metafisica, la scienza non avrebbe nemmeno le sue “domande penultime”: non sentirebbe la necessità di decidere verso quale direzione orientare le sue ipotesi, né con quale immagine del reale confrontarle.
Quando la filosofia rinuncia alla metafisica, perde questa funzione fondativa. Diventa inevitabilmente subalterna: alla scienza, che produce contenuti, o alla religione, che produce senso. La terra di nessuno di Russell non è allora la descrizione di ciò che la filosofia è, ma di ciò in cui essa si trasforma quando abdica al proprio compito originario.
Come evidenziato nel libro Metafisica necessaria, il tentativo contemporaneo di superare la metafisica ha finito per svuotare il pensiero del suo stesso fondamento. Anche nel confronto con Cacciari emerge questa tensione: il problema del fondamento resta vivo, urgente, irrisolto — ma spesso si arresta sulla soglia, senza superarla e senza una ricostruzione sistematica. La filosofia contemporanea interroga il limite, ma non lo attraversa.
Serve quindi tornare a una metafisica necessaria non dogmatica.
L’Illumanesimo non propone infatti un ritorno alla metafisica nel senso di un sistema chiuso, impermeabile all’esperienza e alla critica. Propone invece ciò che si può chiamare una metafisica necessaria: un pensiero capace di fondare insieme le domande e l’orizzonte delle possibili risposte, senza pretendere di esaurirle, ma senza nemmeno rinunciare a cercarle.
In questo senso, la filosofia non è il luogo della sola domanda — come vorrebbe una certa tradizione post-heideggeriana — né il luogo della sola risposta dogmatica, come vorrebbe una certa teologia. È il luogo originario in cui domanda e risposta si generano insieme, in un processo che non è mai definitivamente chiuso ma non è nemmeno privo di direzione.
Feser ha ragione quando afferma che scienza, teologia e filosofia, correttamente intese, sono compatibili e complementari. Ma la complementarità presuppone che ciascuna di esse mantenga la propria identità. E l’identità della filosofia — la sua arché — è precisamente quella fondazione metafisica che il pensiero contemporaneo ha troppo spesso messo tra parentesi.
Il vero problema, quindi, non è che la filosofia stia “a metà” tra scienza e religione. Il problema è che ha dimenticato da dove nasce.
Riscoprire quel punto d’origine non significa tornare indietro. Significa comprendere che ogni domanda autentica — scientifica, religiosa o filosofica — porta in sé, già nell’atto di porsi, una certa immagine del reale che la rende possibile. Portare alla luce quella immagine, interrogarla, fondarla criticamente: questo è il compito che l’Illumanesimo rimette al centro del discorso filosofico. Un territorio da rifondare, non una terra di nessuno.
Questo post si inserisce nel percorso di ricerca dell’Illumanesimo sul fondamento metafisico del pensiero contemporaneo. Per approfondire: Roberto Mucciarini, “Metafisica necessaria”, disponibile su Amazon KDP e archivi Zenodo/Academia.edu.

