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Verso il futuro

La filosofia non è e non deve essere trattata come un cimitero: è un’officina di futuro

C’è qualcosa di malinconico, e insieme di profondamente rivelatore, nel modo in cui oggi molti spazi dedicati alla filosofia — social, siti internet, gruppi culturali, pagine divulgative, convegni più o meno informali — sembrano trasformarsi sempre più spesso in grandi cimiteri del pensiero.

Cimiteri eleganti, certo. Ordinati. Tappezzati di fotografie in bianco e nero. Volti severi, barbe memorabili, sguardi rivolti verso l’infinito: Socrate, Platone, Aristotele, Kant, Hegel, Nietzsche, Heidegger, Sartre, e molti altri. Ogni giorno una citazione, ogni settimana una commemorazione, ogni mese un anniversario, un nuovo libro che propone la propria interpretazione di questa o quella filosofia. Frasi isolate o trattazioni lunghissime, spesso estratte dal loro contesto storico, sociale e culturale, rilanciate come piccole o grandi reliquie intellettuali.

Ma la filosofia non è nata per diventare un album di famiglia.

I grandi pensatori meritano memoria, studio, rispetto. Senza di loro non saremmo ciò che siamo. Ma ricordare non significa venerare annichilendo il pensiero che deve avanzare. Studiare non significa imbalsamare. Citare non significa pensare. L’Illumanesimo riconosce il valore del confronto con la tradizione, ma non per restarvi imprigionato: il dialogo con i grandi autori serve a misurare nuove proposta filosofiche con le domande fondamentali dell’essere, della coscienza, della libertà e del senso dell’esistenza, non a sostituire il pensiero vivo con la ripetizione del già detto .

Il problema non è ricordare i filosofi morti. Il problema è comportarsi come se la filosofia fosse morta con loro.

Molti ambienti che dovrebbero essere luoghi di ricerca, di proposta, di coraggio intellettuale, finiscono per diventare camere di risonanza del passato. Si discute per la miliardesima volta una frase pronunciata cento, duecento o duemila anni fa, nella speranza di trovare finalmente la chiave definitiva. Si tenta l’interpretazione brillante, la sfumatura nascosta, la lettura più sottile, quasi per dimostrarsi più intelligenti dei propri professori, degli storici della filosofia, dei commentatori precedenti.

È un esercizio legittimo, ma non basta.

Perché la filosofia, quando si limita a commentare se stessa, si indebolisce e indebolisce il proprio momento storico e culturale. Quando diventa culto della citazione, ripetizione ossessiva del già detto perde la sua funzione più alta: aprire nuove strade. L’Illumanesimo lo esprime con una formula netta: “La filosofia può andare solo oltre se stessa, o muore” .

Andare oltre non significa disprezzare il passato. Significa salvarlo dalla sua museificazione.

Un grande pensatore non va trasformato in un santino laico. Va attraversato. Va compreso. Va anche superato, quando il tempo, la scienza, la coscienza storica e l’esperienza umana mostrano che alcuni suoi concetti non bastano più. Ogni filosofia nasce dentro un’epoca. Anche la più alta, anche la più rivoluzionaria, porta con sé il limite della propria stagione culturale.

Per questo l’Illumanesimo non propone una distruzione della tradizione, ma un suo compimento critico: raccogliere le istanze ancora vive del pensiero occidentale e, dove necessario, oltrepassarne i limiti riconosciuti .

La vera fedeltà ai filosofi non consiste nel ripeterli. Consiste nell’imitare la loro grandezza nel fare oggi ciò che essi fecero nel loro tempo: pensare oltre il già pensato.

Socrate non ha venerato il passato: ha interrogato la vita. Platone non ha compilato citazioni: ha costruito una visione. Aristotele non si è limitato a commentare il maestro: lo ha criticato e trasformato. Kant non ha amministrato l’eredità metafisica precedente: l’ha sottoposta a una rivoluzione. Nietzsche non ha decorato il pensiero europeo: lo ha scosso dalle fondamenta. Heidegger non ha fatto archeologia filosofica per erudizione: ha riaperto la domanda sull’essere.

E noi? Noi rischiamo di essere diventati i custodi di tombe magnifiche.

In molti spazi contemporanei si nota una strana e potente apatia propositiva. Si parla di filosofia, ma raramente si osa proporre una filosofia. Si discute del senso della vita, ma raramente si tenta una nuova architettura del senso. Si denuncia il nichilismo, ma poi ci si rifugia nella nostalgia. Si invoca la profondità, ma ci si accontenta della frase a effetto.

L’Illumanesimo nasce proprio contro questa rinuncia. Non chiede di abbandonare il rigore, né di sostituire il pensiero con l’emozione. Al contrario: afferma che l’uomo contemporaneo, ormai formato da una cultura razionale e scientifica, non può più accontentarsi di risposte vaghe, consolatorie o puramente fideistiche, ma nemmeno di litanie ripetitive; ha bisogno di risposte più articolate, coerenti, capaci di integrare ragione, esperienza, interiorità e metafisica, ma soprattutto riscatto.

La filosofia non deve diventare superficialità social, ma neppure archeologia accademica. Deve tornare a essere proposta esistenziale.

Questo significa avere il coraggio di formulare nuovi teoremi sull’uomo, sulla Realtà, sulla coscienza, sul rapporto tra materia e Spirito, sul senso delle esperienze, sulla libertà, sul dolore, sulla morte, sulla tecnica, sul futuro. Significa non limitarsi a dire che il mondo è in crisi, ma indicare una via per attraversarlo.

La modernità ha prodotto una frattura profonda: da un lato un enorme sviluppo tecnico-scientifico, dall’altro un impoverimento della domanda interiore. Siamo sommersi da strumenti, ma spesso privi di orientamento. Abbiamo accesso a ogni informazione, ma fatichiamo a trasformarla in conoscenza. Comunichiamo continuamente, ma pensiamo sempre meno in profondità.

In questo scenario, l’Illumanesimo - ma non solo - invita a non rifugiarsi liturgicamente né nel passato né nella tecnologia. La tecnica può potenziare la mente, organizzare processi, simulare comportamenti intelligenti, ma non può generare quella dimensione qualitativa della coscienza che appartiene all’essere spirituale . Per questo la filosofia è ancora necessaria: perché nessuna macchina, nessun archivio, nessun algoritmo, nessuna citazione potrà sostituire l’atto interiore del comprendere.

La filosofia viva non è il culto dei morti illustri. È il lavoro dei vivi sul senso dell’esistenza.

I grandi pensatori devono essere conosciuti proprio per non doverli ripetere all’infinito. Devono essere studiati per liberarci dall’ignoranza, non per condannarci alla dipendenza. Devono essere amati come antenati del pensiero, non adorati come idoli intoccabili.

Un cimitero, anche quando ospita i più grandi, resta un luogo della memoria. Ma la filosofia non può abitare solo lì. Deve tornare nelle officine del futuro, nei laboratori della coscienza, nei luoghi in cui qualcuno ha ancora il coraggio di rischiare una nuova idea.

L’Illumanesimo, anche andando oltre la propria proposta, non pretende di chiudere la domanda filosofica con una risposta definitiva. Sarebbe un tradimento dello spirito stesso della ricerca. Propone piuttosto una risposta aperta, discutibile, verificabile sul piano esistenziale e razionale, questo si, ma avendo anche interesse a confrontarsi con nuove idee, propositrici e non solo interpretative.

È questo che oggi manca spesso: non la memoria, ma il coraggio di dire che la filosofia non è finita. Il coraggio di non nascondersi dietro Kant, Nietzsche o Heidegger. Il coraggio di ringraziarli e poi camminare. Il coraggio di proporre, sbagliare, correggere, approfondire, ricostruire. Il coraggio di trasformare la nostalgia in creazione.

E una cultura che sa soltanto deporre fiori, per quanto belli e ben confezionati, elegantemente presentati sulle tombe dei grandi pensatori finirà, prima o poi, per seppellire anche se stessa. La filosofia merita di più, merita merita futuro.

“Il coraggio è una follia piena di grandezza”, scriveva Reinaldo Arenas.

Forse è arrivato il momento di concedere a questa follia un po’ di spazio. E chi, meglio dei giovani, può dare vita a questo nuovo inizio?

Ma per inaugurare un diverso modo di fare filosofia non basta ciò che si è imparato a scuola. Nessuna scuola, infatti, insegna davvero il coraggio; nessuna istruzione ordinaria trasmette fino in fondo la volontà di cambiare. Può insegnare la storia del pensiero, può fornire strumenti critici, può educare al linguaggio filosofico, ma difficilmente prepara al salto.

E oggi è proprio il salto che serve.

Non basta conoscere la filosofia. Non basta saperne parlare. Non basta ripetere per ricordare con eleganza ciò che altri hanno già detto. Serve andare oltre. Serve pensare oltre il pensato. Serve uscire dal recinto delle formule riconosciute, dei programmi stabiliti, delle interpretazioni approvate.

E questo, troppo spesso, non lo si trova dentro l’accademia.

Anzi, se si prova a portare qualcosa di realmente nuovo nelle aule della filosofia, la chiusura è quasi immediata. Perché il nuovo disturba. Esce dal programma. Inquina il certo. Interrompe il consueto. Costringe a misurarsi con ciò che non è ancora catalogato, legittimato, protetto dall’autorità di un nome già consacrato.

Nemmeno molti convegni di filosofia sembrano offrire uno spazio autentico al nuovo. Lo concedono, al massimo, nelle sezioni laterali, negli interventi di contorno, in quelle zone periferiche alle quali quasi nessuno presta davvero attenzione. Le relazioni considerate prestigiose restano, quasi sempre, quelle dei volti noti, dei professori riconosciuti, dei baroni consacrati all’interno del mondo accademico.

Così, paradossalmente, per fare nuova filosofia oggi sembrano restare soprattutto i social. I luoghi meno adatti ma gli unici disponibili.

Eppure anche lì il nuovo fatica a nascere. Pochi giovani portano vere proposte. Troppi, anche nei luoghi che dovrebbero essere più liberi, continuano a raccontare il passato, a inseguirlo, a commentarlo, a ribadirlo fino alla nausea. Studiano, spiegano, divulgano, interpretano: tutte attività utili, certo. Ma spesso manca la passione più rara, quella che non si limita ad amare la filosofia già esistente, ma desidera generare nuova filosofia.

Perché la passione per la filosofia, da sola, non basta.

Serve passione per la proposta. Serve il desiderio di costruire pensiero, non soltanto di conservarlo. Serve il rischio di esporsi, di sbagliare, di essere fraintesi, di non essere riconosciuti subito. Serve quella follia piena di grandezza di cui parlava Arenas.

Senza questa follia, la filosofia continuerà a camminare tra le tombe dei suoi grandi morti.

Con essa, invece, potrà tornare a essere ciò che deve essere: non una custodia del passato, ma un atto vivo di creazione del futuro.

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