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Risposta illumanista a una riflessione sulla formazione

Leggendo con attenzione una riflessione su Gazzetta Filosofica, la prima cosa che risalta è il coraggio di Salvatore Grandone di spostare il problema della scuola dal terreno più superficiale delle polemiche al suo nucleo reale: che cosa significa oggi — ma soprattutto domani perché il processo di cambiamento di un’istituzione sempre vista come luogo di conservazione dei modelli di ogni tipo è necessariamente lento e lungo — formare un essere umano?

L’Illumanesimo condivide pienamente la proposta di restituire alla filosofia la sua vocazione originaria di arte di vivere. Ma non può trattarsi di un nuovo modo di trasferire un elenco di autori, una nuova cronologia di sistemi, una nuova palestra di erudizione; deve invece diventare un esercizio concreto di trasformazione dello sguardo di ogni studente. In questo senso, la proposta di Grandone entra in forte risonanza con uno dei punti più profondi della filosofia illumanista: la formazione non deve limitarsi a trasmettere contenuti, ma deve aiutare l’uomo a riconoscere il senso della propria esperienza.

Tuttavia, proprio da questa convergenza emerge anche la necessità di un’integrazione. Per l’Illumanesimo, non basta cambiare il metodo con cui si insegna filosofia; occorre cambiare anche il rapporto della filosofia con il futuro e con gli obiettivi individuali di ogni studente.

Il rischio, infatti, è che anche una filosofia intesa come “arte di vivere” resti prigioniera del passato, se continua a presentare ai giovani soltanto le grandi risposte già formulate. Socrate, Platone, Spinoza, Marx, Nietzsche, Heidegger e gli altri non devono essere abbandonati, ma nemmeno trasformati in un recinto invalicabile. Devono diventare soglie da superare, non destinazioni finali da trasformare in senso esistenziale collettivo. L’Illumanesimo afferma chiaramente che la filosofia vive solo se accetta di andare oltre sé stessa; non per negare la tradizione, ma per proseguirne lo sviluppo filosofico. Sviluppo che oggi è particolarmente necessario e urgente. Nel percorso illumanista, infatti, il confronto con la storia della filosofia serve a mostrare “convergenze e differenze” con il pensiero umano — questo è particolarmente evidente nei due volumi conclusivi della proposta — senza interrompere quel “filo d’oro” che ci rende umani.

Qui si colloca il punto decisivo: la scuola non deve soltanto insegnare ai giovani a comprendere i filosofi, ma deve educarli a diventare filosofi della propria esistenza, partendo dalle proprie necessità individuali.

Questo significa che lo studente non può essere considerato solo un destinatario di idee, anche quando queste vengono proposte come riferimento esistenziale, ma un soggetto chiamato a elaborare il proprio teorema di vita. Ogni giovane dovrebbe essere posto davanti non soltanto alla domanda: “Che cosa ha pensato Kant?”, “Che cosa ha detto Nietzsche?”, “Che cosa ha scritto Marx?”, “Come dovrei vivere secondo questo o quel pensiero?”, ma anche alla domanda più radicale: “Tu, a partire da ciò che hai ricevuto, quale nuova comprensione del mondo sei disposto a costruire?”. A questo punto, la necessità di nuove proposte diventa determinante.

L’Illumanesimo nasce proprio da questa esigenza: offrire una proposta nuova, razionale, metafisica ed esistenziale al contempo, capace di misurarsi con la crisi contemporanea senza ricadere né nel dogmatismo né nel nichilismo. La stessa crisi dei valori non può essere risolta restaurando meccanicamente il passato. Come emerge dal confronto illumanista con Nietzsche, la crisi nichilista non va negata, ma attraversata; essa è interpretata come un “trauma evolutivo” superabile attraverso la riscoperta della propria natura. Questo passaggio è fondamentale anche per la scuola: educare non significa solo proteggere i giovani dal vuoto, ma dare loro strumenti per trasformarlo in ricerca finalizzata alla propria esistenza e al proprio futuro.

Grandone ha ragione quando denuncia una scuola autoreferenziale, schiacciata da burocrazia, progettificio, attività dispersive e logica dell’esame. Ma lascia aperto un vuoto all’interno del quale l’Illumanesimo inserisce la necessità di una scuola che non sarà più autoreferenziale proprio perché osa e propone idee nuove. Una scuola che cambia banchi, strumenti, metodologie e tecnologie, ma continua a consegnare ai giovani soltanto materiali del passato, ha cambiato la cornice, non la formazione. Ha ridipinto i muri, ma non ha aperto finestre.

La questione filosofica, quindi, è più profonda della questione didattica. Non basta passare dall’approccio cronologico all’approccio tematico, da quello teorico a quello esistenziale. Non basta sostituire la lezione frontale con il laboratorio. Non basta parlare di dialogo, cura, esercizio, comunità. Tutto questo è necessario, ma non sufficiente. Occorre che la filosofia torni a essere proposta, rischio, creazione concettuale. Da troppo tempo siamo fermi all’analisi, rinunciando a portare nella scuola la richiesta di nuove proposte che emergano dal basso.

L’Illumanesimo non invita a cancellare il passato, ma a usarlo come base di superamento. Il passato può essere fondamento metodologico, ma deve cessare di essere una catena. La tradizione è un patrimonio, non un museo. I grandi filosofi non devono diventare statue da venerare, ma interlocutori da interrogare, criticare, oltrepassare. In questo senso, i giovani non devono essere educati soltanto alla comprensione delle filosofie storiche, ma stimolati alla responsabilità di costruire pensiero nuovo, diventando critici sia del vecchio sia del nuovo.

Ciò è ancora più urgente perché il mondo in cui questi giovani vivranno non sarà quello di Platone, Kant o Heidegger, e nemmeno quello di pochi decenni fa. L’accelerazione tecnica, sociale e mentale del nostro tempo produce una frattura sempre più ampia tra cambiamento esterno e capacità interiore di assimilarlo. L’Illumanesimo individua in questa rapidità una delle grandi minacce contemporanee: quando le trasformazioni superano la capacità umana di elaborarle, le esperienze rischiano di diventare sterili per lo sviluppo interiore. La scuola, dunque, non può limitarsi a fornire informazioni su ciò che è stato; deve aiutare a costruire coscienza per ciò che sarà.

Da qui deriva una conseguenza essenziale: la filosofia scolastica dovrebbe diventare il luogo in cui il passato viene interrogato alla luce del futuro.

Non si tratta di chiedere agli studenti di improvvisarsi pensatori originali senza strumenti. Al contrario: bisogna dare loro più strumenti, più rigore, più storia, più profondità, ma anche più proposta. E tutto questo deve servire a generare pensiero vivo. La filosofia deve insegnare a trovare il coraggio di formulare ipotesi anche nuove sull’uomo, sulla coscienza, sulla tecnica, sulla libertà, sulla morte, sul dolore, sulla felicità, sul senso della vita. Deve educare alla costruzione di nuovi teoremi esistenziali.

In questa prospettiva, la formazione diventa il luogo decisivo in cui si stabilisce se le nuove generazioni sapranno riconoscere la propria natura interiore o se si lasceranno ridurre a funzioni dell’apparato tecnico. Un testo illumanista afferma con chiarezza che la formazione è il campo in cui si decide se le generazioni future svilupperanno la capacità di riconoscere la propria natura interiore oppure abdicheranno a essa, riducendosi a funzioni programmate dalla tecnica.

Questo è il punto: l’Illumanesimo intende aggiungere alla riflessione di Grandone l’idea che la scuola deve certamente tornare a essere luogo di cura, dialogo e trasformazione; ma deve diventare anche luogo di nascita del nuovo. Non tutti diventeranno filosofi, ma tutti hanno il diritto e il dovere di trovare la propria filosofia esistenziale e di contribuire a formulare il pensiero filosofico collettivo dentro il quale andranno a vivere.

I docenti di filosofia hanno qui una responsabilità enorme. Non devono essere soltanto custodi della tradizione, ma mediatori tra ciò che l’umanità ha pensato e ciò che l’umanità deve ancora pensare. Devono avere il coraggio di portare in classe anche proposte filosofiche contemporanee, teoremi in formazione, visioni non ancora canonizzate, purché dotate di coerenza, profondità e capacità critica. Devono chiedere agli studenti non solo di capire, ma di prendere posizione. Non solo di interpretare, ma di proporre e di scegliere. Non solo di studiare la filosofia, ma di esercitare il filosofare come responsabilità e, soprattutto, come necessità personale.

La rivoluzione silenziosa evocata da Grandone può davvero cominciare dal basso, dalle classi, dai docenti, dagli studenti. Le disposizioni ministeriali sono pareti senza finestre. Quelle finestre le devono aprire gli insegnanti, e ad affacciarsi devono essere gli studenti. Ma perché sia una rivoluzione autentica, non deve limitarsi a cambiare il modo di insegnare il vecchio; deve aprire lo spazio al nuovo. Altrimenti la scuola rischia di diventare più moderna nella forma e ancora antica nel contenuto.

L’Illumanesimo, dunque, accoglie il grido di Grandone e lo rilancia: la filosofia deve tornare arte di vivere; la scuola deve liberarsi dall’autoreferenzialità; i docenti devono essere protagonisti del cambiamento. Ma questo cambiamento sarà reale solo quando ai giovani verrà chiesto di contribuire alla filosofia del domani, impegnandosi nella definizione del proprio senso della vita.

Perché una scuola che insegna solo ciò che è già stato pensato forma studiosi del passato.

Una scuola che insegna a pensare ciò che ancora manca forma uomini liberi. E oggi, più che mai, abbiamo bisogno non soltanto di studenti preparati, ma di coscienze capaci di abitare il futuro; un futuro che non resta fermo come avveniva in passato, ma rischia di travolgerli se non saranno dotati di strumenti critici sufficienti.

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