
Il tempo dell'assurdo: La ricchezza di oggi che ha sempre più paura del domani
C'è qualcosa di paradossale nel tempo che stiamo vivendo. Non siamo mai stati così ricchi di novità e di progresso, eppure non siamo mai stati così impauriti dal futuro. Non siamo mai stati così connessi al futuro — ai suoi annunci, alle sue promesse, alle sue rivoluzioni annunciate — eppure il futuro non ci sembra mai stato così poco desiderabile.
Siamo, in una parola, il tempo dell'assurdo. Un tempo talmente saturo di novità da non riuscire più a stupirsi, né a sperare.
Per secoli, ogni grande innovazione è stata accolta con meraviglia. La stampa a caratteri mobili, il motore a vapore, la radio, il volo: ognuna di queste scoperte ha aperto orizzonti che l'immaginazione collettiva ha impiegato decenni ad assorbire. La novità era rara, e proprio per questo era carica di significato e disponibile ad essere assimilata con la necessaria “lentezza” interiore. Generava paura, ma anche entusiasmo perché non minacciava la sopraffazione. Una paura, quindi, attraversata dalla speranza, perché il cambiamento appariva come qualcosa che l'uomo poteva ancora abitare, governare, interpretare.
Oggi il meccanismo si è inceppato. Le novità non arrivano più a distanza di decenni: si accumulano ogni giorno, ogni ora, in un flusso continuo e ininterrotto che non lascia il tempo né di stupirsi né di riflettere. La conseguenza è l'eccesso di novità che ha ucciso la novità. Abbiamo smesso di meravigliarci perché siamo sommersi, e ciò che sommerge non meraviglia più ma spaventa.
Quando la paura del nuovo diventa paura del futuro, anche il meccanismo psicologico del progresso culturale rischia di bloccarsi.
Fin qui, lo sappiamo, ogni epoca ha avuto le sue resistenze al cambiamento. La tendenza a conservare è tipica di una cultura che tende a salvaguardare se stessa. Ma oggi c'è una differenza qualitativa tra la paura di una singola innovazione — l'automobile, l'elettricità, internet, l’IA— e la paura diffusa, di fondo, del cambiamento in quanto tale. Quella che stiamo vivendo non è più la resistenza selettiva a questa o quella scoperta: è qualcosa di più profondo e più preoccupante. È la perdita progressiva della fiducia nel futuro come categoria esistenziale.
Un tempo, anche nei periodi più bui, il futuro conservava una promessa. Era il luogo dove le cose potevano migliorare, dove i figli avrebbero vissuto meglio dei padri, dove la storia sembrava orientata — faticosamente, contraddittoriamente, ma orientata — verso qualcosa di più giusto e più umano. Questa fiducia non era ingenua: era il frutto di una cultura che sapeva darsi una direzione, che sapeva distinguere tra il peso del passato e la possibilità dell'avvenire. Era la consapevolezza di fondo che i cambiamenti non potevano mai essere tanto dirompenti da precluderci il futuro. Erano importanti, ma mai in grado di incutere timori talmente radicati da oscurare la naturale tendenza al miglioramento.
Quella cultura oggi è in crisi. E la crisi non riguarda solo le istituzioni o la politica: riguarda il modo in cui ciascuno di noi abita il proprio tempo e se stesso. La forza delle proposte sta diventando talmente intensa da oscurare la speranza di poter migliorare individualmente e come collettività.
La reazione più comune a questa crisi è la nostalgia. Non la nostalgia romantica, quella che guarda al passato con tenerezza sapendo che non si può tornare: ma una nostalgia difensiva, che propone il passato come soluzione. Come se bastasse ripristinare qualcosa di già conosciuto per ritrovare la stabilità che il presente non sa più offrire.
I social media sono lo specchio più fedele di questa tendenza. Sono il luogo dove la tecnologia più avanzata — algoritmi predittivi, piattaforme globali, intelligenza artificiale — viene maggiormente usata, paradossalmente, per diffondere e amplificare nostalgie, recuperi identitari, analisi filosofiche e ritorni alle origini. La strumenti del futuro tecnologico diventano la bacheca del ritorno culturale, e proprio grazie alla loro forza e incidenza alimentano la paura di fondo anche verso ciò che di questi strumenti diventa la vittima, come la cultura.
Questo è il segnale di una frattura: la società avanza tecnologicamente a una velocità che nessuna struttura culturale riesce a seguire, e il risultato è un vuoto. In quel vuoto si insinua la paura. E la paura, quando non trova risposta nel presente, cerca rifugio nel passato. Il futuro, o viene alimentato dalla speranza, che oggi è sempre più assente, o fa ancora più paura.
Un segnale preciso di questa condizione lo troviamo nel nichilismo contemporaneo, che sempre di più si maschera da tradizione.
Ciò che si presenta come difesa della tradizione, a uno sguardo più attento si mostra come qualcosa di diverso: è nichilismo travestito da conservatorismo. Ma non si tratta di un conservatorismo classico, consapevole e convinto. Non è l'amore per i valori del passato, ma la disperazione per un futuro che non si riesce più a immaginare, e che alimenta la repulsione per qualsiasi proposta culturale proiettata a innovare esistenzialmente la prospettiva umana. Anche il conservatorismo non è più la forza di chi vuole preservare qualcosa di prezioso, ma la fragilità di chi non sa più costruire qualcosa di nuovo.
Il nichilismo contemporaneo non nasce dal rifiuto esplicito di ogni valore. Nasce, più sottilmente, dalla perdita della capacità di proiettarsi in avanti. Quando smette di credere nel futuro, l'individuo non diventa necessariamente cinico o disperato: spesso si aggrappa a qualcosa di già noto, si rifugia in certezze preconfezionate, e chiama questa regressione "identità" o "radici". Quando questo coinvolge anche i giovani, il risultato diventa dirompente, e il blocco quasi inevitabile.
Per i giovani le radici non devono diventare un punto d'arrivo, di conoscenza e rinverdimento del passato a difesa del presente, ma punti di partenza.
Eppure oggi non è così, e siamo di fronte a una stranezza storica senza precedenti: il progresso scientifico e tecnologico, oltre che a far crescere se stesso a fini economici, invece di alimentare il progresso culturale, rischia di bloccarlo. L'accelerazione che avrebbe dovuto liberare risorse cognitive ed esistenziali per interrogarsi su chi siamo e dove andiamo ha invece saturato quella capacità. Siamo troppo occupati a inseguire ciò che cambia per fermarci a pensare perché cambia e verso dove ci porta.
La storia ci insegna che i grandi movimenti culturali — il Rinascimento, l'Illuminismo, le grandi rivoluzioni del pensiero — non sono nati in epoche di quiete, ma in epoche di tensione. Sono nati quando la frattura tra il vecchio mondo e quello nuovo era abbastanza ampia da non poter essere ignorata, e abbastanza dolorosa da esigere una risposta che non fosse solo tecnica, ma umana.
Forse siamo esattamente in quel punto, e sta a noi identificare con maggiore precisione questa condizione e recuperare una direzione.
La domanda che l'Illumanesimo pone, in questo contesto, non è come rallentare il cambiamento — sarebbe un'illusione oltre che un errore. La domanda è come recuperare la capacità di orientarsi dentro il cambiamento. Come tornare a distinguere tra ciò che muta, ciò che rimane e perché rimane. Come ritrovare quella dimensione interiore che non dipende dalla velocità delle innovazioni esterne, ma dalla profondità con cui ciascuno di noi abita la propria esistenza.
La paura del futuro non si cura con il ritorno al passato, ma soprattutto possiamo impedirle di diventare scusa per la regressione verso ciò che non sarebbe più sostenibile. Possiamo trasformare il cambiamento che ci fa paura — quello tecnologico e scientifico che percepiamo come incontrollabile — in strumento di confronto con qualcosa che nessun cambiamento può modificare: lo stato di unicità di ogni individuo e la sua necessità di crescere. Tutto questo si cura con il recupero di un senso: la consapevolezza che ogni cambiamento, per quanto rapido e disorientante, non cancella la domanda fondamentale di ciascun essere umano. Quella domanda che nessuna tecnologia può sostituire, ma che al contrario può mettere in luce fino a renderci più consapevoli del nostro vero ruolo e valore nel mondo. La tecnologia produce dati, calcoli, possibilità — ma solo l'individuo può trasformarli in significato e prospettiva.
Ripartire da quella domanda non è un passo indietro. È l'unico passo in avanti che conta.

